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Negli stessi anni Sessanta alla fine dei quali lo slogan «Vietato vietare» incrociava la sua fortuna, ma in ambienti del tutto diversi da quelli “sessantottini”, si consolidava negli Usa una teoria economica tra le meno citate nel dibattito pubblico mainstream. Una dottrina che auspica l’abolizione dello Stato e manomette il concetto di “libertà” fino a farlo coincidere con l’assoluta libertà capitalistica di fare profitti. Un’idea stravagante che possiamo registrare e poi gettare senza problemi nel dimenticatoio dei manuali? Meglio di no, visto che tale teoria irrora le arterie delle tecnologie che usiamo ogni giorno, da Facebook a Paypal, fino ai Bitcoin.

Si chiama “anarco capitalismo”, e si inserisce nel filone del “libertarianesimo”, un ventaglio di teorizzazioni per le quali l’essere umano deve essere assolutamente libero di poter disporre di sé e degli oggetti di sua proprietà, senza autorità superiori (dogmi del Capitale esclusi), in un contesto sfrenato di libero mercato. Tra i padri dell’anarco capitalismo, figura Murray N. Rothbard: classe 1926, economista, discepolo di Ludwig von Mises, ha rielaborato le idee che costituivano la cosiddetta “scuola austriaca”, restando però fedele ad una antropologia dell’uomo inteso come homo oeconomicus e ad un feroce odio anti-socialista.

Pur presenziando nella radice del termine che lo definisce, l’anarco capitalismo ha ben poco a che fare con l’anarchia, perlomeno con quella di matrice europea, alla cui base insiste un’imprescindibile critica di proprietà e modi di produzione capitalistici, intesi come dispositivi di dominio sull’essere umano. Mentre per Ruthbard «capitalismo è la piena espressione di anarchismo e…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola


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