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La prudenza non è mai troppa ma Osama al-Fatkih e gli altri dieci attivisti dell’organizzazione Mwatana prima di chiudere la porta del loro ufficio a Sana’a, sanno bene quali sono i rischi per loro: irruzione delle milizie Houti, confisca di hard disk e materiali, rapimento, arresto arbitrario e possibile uccisione. A questi rischi più vicini e immediati, se ne aggiungono altri che non sono inferiori: morte per un bombardamento sui luoghi di rilevazione degli attacchi sauditi, sia a Sana’a, che nelle altre località del Nord dello Yemen; detenzione ai check point, incidenti non accidentali, rapimenti da parte di milizie salafite o qaediste nel Sud.

Per loro e per i 26 attivisti dell’organizzazione sul campo in tutte le altre città dello Yemen, si tratta di una scelta radicale, ed è questa: rimettere insieme pezzi di verità e raccontare la cronaca della guerra, prima che il tempo insabbi la Storia con le sue prove schiaccianti. Gli attivisti di Mwatana sono tra coloro senza i quali l’inchiesta del New York Times sulle bombe di fabbricazione italo-tedesca, lanciate sul Nord dello Yemen dalla coalizione a guida saudita, non sarebbe mai stata portata a termine. Senza la rilevazione del codice A447 sulle bombe sganciate nelle località yemenite, non si sarebbe giunti a una attribuzione precisa. E quel codice non può essere fotografato o rilevato se non da attivisti sul posto. Così come i certificati di nascita o le carte di identità delle vittime.

«Una delle problematiche dell’attivismo, in Yemen, al momento, è il problema all’accesso a informazioni non polarizzate, non schierate – spiega Osama -. La ragione del nostro successo e, credo, anche del fatto che ancora non ci abbiano fatto fuori, è che diamo fastidio a tutti e, allo stesso tempo, siamo utili a tutti. Entrambe le parti in guerra hanno interesse affinché si conoscano le violazioni sui diritti umani degli opponenti. Certo, non nascondo che per noi è come vivere in un senso di precarietà e di pericolo costanti. Cambiamo sede e ufficio spesso, lavoriamo su un ambiente informatico criptato, facciamo sistematicamente sparire faldoni e hard disk. Lavorare in Yemen è come camminare su un tappeto di mine. È faticosissimo, ma è meglio che fare gli struzzi». Il team di Mwatana ha infatti randellato le parti in guerra senza fare sconti a nessuno. Il lavoro…

Il reportage di Laura Silvia Battaglia prosegue su Left in edicola


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