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Potere al popolo ha inserito l’abolizione del 41 bis e dell’ergastolo nel suo programma elettorale. Riportando in auge una vecchia battaglia della sinistra, che i radicali non hanno mai abbandonato. Abbiamo chiesto a Pd, M5s e Liberi e uguali che cosa ne pensano

«Il 41 bis per noi è tortura». Con queste parole schiette, dirette, il capo politico di Potere al popolo Viola Carofalo entra a gamba tesa nella bagarre scatenata dalla loro proposta di abolire il “carcere duro” previsto per i detenuti considerati maggiormente pericolosi. Una prassi che risale all’ordinamento penitenziario del 1975, poi estesa ai mafiosi nel 1992, come risposta dello Stato alle stragi. La mozione ha subito scoperchiato un vespaio di polemiche. Per Antonio Ingroia, si tratterebbe di un «favore alla mafia». Ma, persino tra alcuni simpatizzanti della lista di sinistra, ci sono stati dubbi, incertezze, sorpresa. Considerato anche che, oltre al “carcere duro”, Potere al popolo si propone di cestinare l’ergastolo. Ed online la discussione si è presto infiammata.

«Sono contenta che si sia sollevato il polverone, perché in questo modo – chiarisce Carofalo – abbiamo la possibilità di spiegarci: il 41 bis è una misura pensata in origine come straordinaria e sulla sua efficacia ci sarebbe molto da discutere: non si è dimostrato certo uno strumento in grado di sradicare la mafia in questi 26 anni, senza considerare poi che anche Amnesty international, allora, dovrebbe essere accusata di collusione mafiosa».
Già, perché la misura – che prevede l’isolamento assoluto, il divieto di possesso di oggetti personali, una sorveglianza 24 ore su 24 e contatti ridotti al minimo persino con la polizia penitenziaria – ha destato in passato l’attenzione della ong internazionale. E il Comitato dell’Onu contro la tortura, in un report di dicembre, ha ribadito le sue perplessità nei confronti del 41 bis, invitando l’Italia a rivedere la norma per riportarla nei cardini del rispetto dei diritti umani.

«Certo, sicuramente bisogna impedire ai boss di avere contatti dall’esterno e di impartire ordini dal carcere – spiega meglio l’esponente di Potere al popolo – ma non vedo il nesso tra questa esigenza e l’impedire a una persona in fin di vita di vedere i suoi parenti (come nel caso di Toto Riina, ndr), oppure il negare la possibilità di tenere in cella un poster o un libro. Mi sembrano solo inutili elementi di vessazione». In pochi però, nell’agone politico, osano denunciarlo. «Non si ha il coraggio di farlo per timore di perdere…

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola


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