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Alza le braccia alla folla in giubilo. È il primo di tanti, dopo le proteste di un anno fa, a tornare a respirare aria pulita. I cartelloni che i cittadini agitano per salutarlo dicono: «incarcerazione e intrighi non fermeranno la lotta Oromo» oppure «quando oppresso, persino il latte esce fuori dal suo contenitore”. Dopo oltre un anno di detenzione, la porta della sua cella è stata aperta: Merera Gudina è libero. Il leader del movimento d’opposizione Ofc, Oromo Congresso Federalista, è stato accolto da migliaia di persone in festa, dopo essere stato condannato alla prigione nel dicembre 2016 per varie accuse, tra cui associazione ad un gruppo terroristico.

In Etiopia le accuse cadono, le strade si riempiono di gioia e colori, i prigionieri politici tornano liberi. Almeno alcuni: 527, per la precisione. Le organizzazioni per i diritti umani e i critici del potere di Addis Abeba avevano accusato il governo di etichettare come “terroristi” tutti i dissidenti, gli oppositori, i giornalisti scomodi.

Insieme a Merera, da ieri più di cinquecento persone sono tornate a casa. Il primo ministro Haiolemariam Desalegn ha annunciato la liberazione pochi giorni fa, insieme alla decisione di chiudere la prigione Maekelawi, il carcere di Addis Abeba, dove a urlare nelle camere di tortura erano soprattutto dissidenti. Chi è stato condannato in base alla legge anti-terrorismo verrà rilasciato nei prossimi mesi, ma non chi dovrà affrontare processi per omicidio, distruzione di strutture pubbliche, destabilizzazione del governo. Lo ha confermato il procuratore generale Getachew Amnbaye. Altri dissidenti sono stati liberati dalla prigione di Klinto, il carcere federale nella capitale, 360 persone dalle prigioni del sud del Paese.

Merera aveva fatto un report della crisi politica etiope al Parlamento Europeo ed era stato arrestato appena atterrato in aeroporto, di ritorno, per aver violato lo “stato di emergenza” imposto dal governo del suo Paese nell’ottobre del 2016, quando un’ondata di proteste ha scosso la società e 11mila persone sono state arrestate nelle regioni di Oromia e Amhara, roccaforti delle manifestazioni antigovernative. Ora Merera ha detto che «sarà un bene se il governo condurrà delle negoziazioni oneste con le forze politiche che hanno grande supporto della popolazione, per creare un’Etiopia democratica che tratti tutti equamente. Io ero un membro del parlamento, conosco la costituzione e la legge, non le ho mai violate».

Furono circa 900 i morti uccisi dalle forze di sicurezza in quei giorni di ricerca di libertà e caos nel 2016. I motivi delle proteste che condussero agli arresti a tappeto erano la mancanza di democrazia del Fonte rivoluzionario popolare etiope, che controlla la politica, l’economia, il sistema legislativo del Paese, e sopprime la libertà di stampa in una delle regioni d’Africa con la crescita economica tra le più veloci del continente.

Adesso Merera non deve essere l’ultimo: «centinaia di prigionieri continuano a languire in prigione, sono accusati e perseguitati per il legittimo esercizio dell’espressione della loro libertà o semplicemente perché difendono i diritti umani» ha detto Netsanet Belay, di Amnesty International.

In carcere infatti ci sono ancora Bekele Gerba, deputato del partito Oromo, arrestato con Dejene Fita, segretario generale dello stesso partito, insieme a Andualem Aragie, vice presidente del partito dell’unità per Democrazia e Giustizia e due giornalisti: Eskinder Nega, giornalista e blogger, che rimane in carcere dal 2011, dopo aver criticato l’uso della legge anti-terrorismo per fermare e arrestare gli oppositori politici, e che poi, per quella stessa legge è stato accusato e ammanettato. La condanna per lui è di 18 anni di prigione. Stesso destino, per la stessa legge e per lo stesso coraggio, per il giornalista Woubshet Taye: 14 anni di carcere, ingiustizia e silenzio.

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