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Oltre un miliardo e cento milioni. Tanto costeranno al contribuente italiano le missioni militari nel 2018, per un impiego previsto di circa 6.700 soldati, 1.149 mezzi terrestri, 45 aerei e 20 navi. Non solo in Niger, dunque. Ma anche Iraq, Palestina, Libia, Libano. E poi Lettonia, Bulgaria, Cipro, Kosovo. Per un totale di 46 missioni (sei delle quali verranno inaugurate a partire proprio da quest’anno).
Uno «sforzo necessario». Almeno secondo il governo Gentiloni che, come si legge negli atti visionati da Left, nota: «Lo scenario strategico di riferimento per gli interventi internazionali si conferma complesso, in rapida e costante evoluzione, instabile e caratterizzato da un deterioramento complessivo del quadro della sicurezza». Non è un caso che il presidente del Consiglio, nell’annunciare a fine 2017 la missione in Niger, abbia parlato dell’esigenza di contrastare il terrorismo. Peccato che, nelle schede di autorizzazione, non si faccia alcun riferimento a Daesh o altre organizzazioni, ma si parli più genericamente della necessità di «supportare, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio (…) le Forze di sicurezza nigeriane». Insomma, il dubbio è che i nostri militari, come sottolineato anche da Luciana Castellina nell’intervista rilasciata su Left (n.1 del 6 gennaio), «saranno gestiti da un noto dittatore, il presidente del Niger» per altri fini rispetto a quelli umanitari (a cominciare dall’interesse francese relativo all’uranio, di cui è ricco il Paese), col rischio che i migranti restino confinati nei centri in Libia. Tanti e inquietanti punti di domanda, dunque…

L’inchiesta di Carmine Gazzanni prosegue su Left in edicola


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