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Una delle cose più affascinanti che Massimo Fagioli applicava nelle sue sedute di psicoterapia di gruppo, in quella che si chiamava Analisi Collettiva, era la sospensione del giudizio.
Nella vita quotidiana esprimiamo costantemente giudizi. Valutiamo se qualcosa o qualcuno ci piace o non ci piace. Decidiamo se una determinata situazione sia per noi interessante o meno. Facciamo delle scelte e giudichiamo persone e cose.
Nel giudizio c’è una scelta che noi effettuiamo e che di fatto determina una definizione dell’altro e un avvicinamento o allontanamento da esso.
Facciamo una scelta in base a parametri che pensiamo possano essere più o meno oggettivi. Ma in realtà le nostre scelte sono sempre guidate da sensazioni ed emozioni che a loro volta si legano a pensieri ed immagini.
Fagioli sospendeva il giudizio. Ma cosa vuol dire questa affermazione? Che non aveva affetti?
No. Significava che egli aveva un rapporto con l’altro ponendosi in un atteggiamento di ascolto senza, appunto, pregiudizi o condizionamenti determinati da pensieri o immagini preesistenti.
Porsi in un atteggiamento di recettività ossia di ascolto della comunicazione dell’altro con la massima apertura possibile, senza preconcetti.
Era una condizione che gli era necessaria per poter interpretare i sogni che gli venivano raccontati.
Fagioli ha più volte spiegato come quella particolare condizione di ascolto era possibile perché c’era una ricreazione della nascita.

Il bambino appena nato non ha avuto ancora rapporto con un altro essere umano. Egli ha realizzato un’identità con la reazione allo stimolo luminoso, l’assolutamente nuovo che determina la formazione del primo pensiero che è allo stesso tempo fantasia di non esistenza della realtà aggressiva del mondo non umano e certezza di esistenza di un’altra realtà simile a se stesso con cui avere rapporto.
In quel tempo il giudizio non esiste.
C’è un’attesa, un incertezza verso quello che accadrà.
C’è, potremmo dire, una fiducia nella bontà e bellezza dell’altro essere umano che si rivolgerà al bambino.
Questo era ciò che Fagioli faceva ogni volta che si rivolgeva a qualcuno. La sospensione del giudizio era un’attesa di un movimento bello, di una realizzazione nuova. Ma era anche la possibilità di vedere la violenza nascosta nel sorriso falso.
C’era un pensiero di bontà originaria dell’essere umano.
Se l’essere umano si realizza violento questa non è realtà umana naturale ma è malattia che è sopravvenuta dopo la nascita per rapporti violenti che sono stati subiti. Ad essi il bambino non può che reagire con la pulsione di annullamento, reazione che lo potrà portare ad ammalarsi.
Da adulti è possibile e necessario reagire con il rifiuto e non con l’annullamento.La sospensione del giudizio significa saper ascoltare. Comprendere ciò che l’altro ci dice. Comprendere che ogni persona ha una storia che ne ha determinato la realtà attuale. Significa essere in grado di accettare o se necessario rifiutare senza odio e rabbia. Avendo compreso la realtà che si ha di fronte.

Questo preambolo era necessario per dire che la pena giudiziaria è concettualmente assurda.
Perché essa sottende un’idea di cattiveria innata dell’essere umano: il delitto sarebbe l’emergenza della bestialità umana. La pena serve per la redenzione morale e spirituale, per ripulire “l’anima” dal delitto che gli affetti del corpo la hanno portata a compiere.
È un’idea di essere umano ideale che deve uniformarsi alla legge come se questa fosse il super io che deve controllare e contenere le pulsioni parziali e distruttive dell’Io inconscio.
Se invece pensiamo all’antropologia che deriva dalla teoria della nascita possiamo ipotizzare una giustizia che classifichi i reati in due macro categorie.
Tutto ciò che riguarda il patrimonio e i reati amministrativi (furti, evasione, etc.) è da sanzionare con delle multe più o meno salate. Non ha senso la pena detentiva, non serve a nulla. Avrebbero molto senso invece dei percorsi di formazione, perché è quello che manca al reo.
Tutti i casi che riguardano invece i delitti verso la persona andrebbero esaminati e poi sanzionati con un occhio medico psichiatrico. A parte i casi di legittima difesa o omicidio colposo, si può sempre pensare che nell’omicida ci sia un problema di malattia mentale.
Perché la verità dell’essere umano è volere la realizzazione e la vita dell’altro, non la sua morte.

L’editoriale di Matteo Fago prosegue su Left in edicola


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