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Ursula Kroeber Le Guin, una delle più grandi scrittrici dell’epoca contemporanea, è morta lunedì 22 gennaio all’età di 88 anni. Ancor prima dell’autrice geniale e rivoluzionaria, l’umanità ha perso una grande donna. Quando le fu assegnato nel 2014 il National book award, dichiarò che lo accettava anche a nome di tutti i colleghi «che erano stati esclusi così a lungo dal mondo della letteratura». A differenza infatti di tante altre scrittrici e scrittori, che nelle loro opere hanno fatto ampio uso della narrativa dell’immaginario senza per questo essere etichettati come autori di genere (si pensi a Josè Saramago), Ursula K. Le Guin esibiva con orgoglio la sua appartenenza al fantastico e alla fantascienza. Nonostante questo, chi ha letto anche uno solo dei suoi romanzi o racconti sa che le sue erano storie per tutti. Non meno di quelle dei “cosiddetti realisti”, li chiamava lei.

Nata a Berkeley, emersa artisticamente dalla corrente letteraria che sgorgò dalle proteste degli anni 60, è stata (e talora si è) definita e classificata come autrice femminista, anarchica, atea, libertaria, radicale, taoista, ambientalista, pacifista. Eppure, la sola etichetta che per lei forse contava davvero era quella di scrittrice di genere. Ciononostante, alla Le Guin narratrice di fantascienza (si pensi al ciclo dell’Ekumene, soprattutto) non interessavano la chiave scientifica o la trovata tecnologica (che pure non mancavano), così come alla Le Guin autrice fantasy (quella del ciclo di Earthsea, da cui è stato tratto il film d’animazione I racconti di Terramare, che lei non apprezzò, di Goro Miyazaki) non bastavano l’incanto dei riti magici o del soprannaturale. L’asse portante delle sue storie erano i personaggi: donne, uomini, persino ermafroditi, gettati nel mezzo di mondi ostili, durissimi, arretrati, selvaggi, in stato di indigenza o avvolti da un manto di ghiaccio; protagonisti costretti a scavarsi un sentiero per la sopravvivenza materiale o per il riscatto della propria dignità (e spesso le due cose coincidevano), esseri umani che affrontano la propria odissea facendo ricorso a risorse che non provengono da entità trascendenti, ma sono profondamente radicate nell’individuo; persone comuni, che possono contare esclusivamente sulla propria vitalità, sulla fantasia, sulla propria capacità di reagire, che li porta a conoscere il nuovo ambiente, comprenderne la storia e le dinamiche, adattarsi, entrare in rapporto con i suoi abitanti.

Erano storie di ribellioni intelligenti e sempre fruttuose, quelle di Ursula K. Le Guin. Figlia di un celebre antropologo, Alfred Kroeber, e moglie dello storico Charles Le Guin, spedì a soli undici anni il suo primo racconto di fantascienza alla blasonata rivista Astounding Science Fiction. Laureata in letteratura italiana e francese, specialista del periodo rinascimentale, poetessa, parlava anche la nostra lingua. Vincitrice, oltre a tanti altri, sia del premio Hugo che Nebula per ben due romanzi (La mano sinistra delle tenebre e I reietti dell’altro pianeta), creò mondi che hanno influenzato e ispirato molta fantascienza moderna; basti pensare al debito delle ambientazioni del celebre film Avatar verso il romanzo Il mondo della foresta (il cui bellissimo titolo originale reclama di esser citato: The word for world is forest).

Carismatica nelle sue apparizioni, si sforzava di rispondere personalmente ai suoi lettori sempre usando carta e penna. Partì dal sessantotto, questa splendida narratrice di vicende umane, ma andò ben oltre, riducendo tutte le etichette che le sono state affibbiate nel corso dei decenni ad attributi parziali, insufficienti, persino ovvii. Femminismo, anarchia, ateismo, libertà, pacifismo: tappe obbligate, conseguenze fisiologiche di un processo unico, assoluto, graduale: la realizzazione dell’identità di essere umano e di donna. Attraverso la creatività e la scrittura. Quella degli autori di genere, che definì «realisti di una realtà più ampia», espressione di una fantascienza umanista di cui lei resterà una colonna portante.

Nel 2000, con il romanzo La salvezza di Aka rappresentò in chiave fantascientifica gli effetti della rivoluzione maoista sul taoismo in Cina. Nel romanzo del 2011 Lavinia si cimentò con il genere “fanta-epico”, immaginando di approfondire il personaggio della promessa sposa di Enea sbarcato nel Lazio: la giovane protagonista sogna il suo stesso creatore, il poeta Virgilio, alimentandone la vena narrativa e reclamando più spazio per il proprio ruolo nell’Eneide. È il capovolgimento perfetto dell’antica idea del sogno come dono divino, che diventa invece espressione della capacità di immaginare umana e motivo ispiratore della creatività.

«Ciò che guadagniamo scrivendo non è il profitto, ma la libertà», disse in quello stesso storico discorso del 2014, ribellandosi agli imperativi commerciali del mondo dell’editoria.

Da qualche anno non scriveva più. Ci piace immaginare che nella sua carriera abbia pubblicato esattamente (ed esclusivamente) ciò che voleva. Il mondo del fantastico saluta Ursula con infinita tristezza; quello della letteratura dei “cosiddetti realisti” dovrà forse anche fare i conti con il rimpianto di non averle mai conferito un Premio Nobel. «Forse potrei vincere quello per la Pace», scherzò lei una volta. A noi, che amiamo la fantascienza, piace fingere che li abbia vinti entrambi. Magari in un universo parallelo.

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