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Tre giorni fa a Torino un forse trentenne è morto di freddo. “Stava male da due giorni”, dice un suo compagno di povertà. È morto nella stanza tutta screpolato di un edificio in rovina, in mezzo alla merda dei topi, le coperte lise che sembrano ragnatele e e qualche rifiuto che qui diventa un soprammobile da reinventare con cura.

Il morto si chiama morto, non ha un nome, “pelle scura, trent’anni circa, probabilmente africano” è tutto quello che sappiamo di lui. Quando i morti non hanno un nome il loro colore diventa un tratto identitario, come nelle scatole di pastelli. Il morto è morto di fronte a dormitorio della Croce Rossa, che quella notte aveva dieci letti vuoti. “Ma noi non potevamo andarlo a prendere in un posto del genere. Non è sicuro”, abbozza un volontario. Morire di freddo per terra a cinquanta passi da un letto libero è la fotografia perfetta di un Paese anaffettivo e disgregato.

In questo inizio del 2018 ci sono cadaveri morti di freddo sotto i portici di Palermo, su una panchina di Verona, in un garage di Rovereto. Cinque giorni fa una signora di 61 anni è morta di freddo a Moncalieri.

Morti di freddo, Italia, 2018. E ogni volta che ne leggi qualcuno ti viene da pensare come sia successo che ci siamo disabituati a scendere nei nostri inferi per avere paura di sporcarci le scarpe. E così li abbiamo chiusi gli inferi, illudendoci di esserne rimasti fuori mentre al freddo invece ci siamo noi. Noi che surgeliamo i morti e poi li nascondiamo per non sprecare pietà perché la povertà, quando è sporca di disperazione, non merita nemmeno di diventare una notizia.

Buon venerdì.

 

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