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Le attrici italiane (non in ritardo, perché sono mesi che cerchiamo di spiegare che ogni denuncia ha i suoi tempi naturali) riescono finalmente a produrre un documento sul cinema italiano e sul tema delle molestie (fino a ieri sembrava che solo qui da noi l’industria cinematografica fosse un parco giochi di nuvole sorridenti) e scrivono una lunga lettera in cui accusano il «sistema» e dichiarano di essere «quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo». Scrivono cose sensate e il fatto che abbiano deciso di scriverle è una cosa positiva. Pare però che scrivano come se fossero esterne. Osservatrici. E questo distacco è abbastanza impressionante. Ecco perché questa lettera non emoziona, non tocca nessuna corda in particolare.

È un primo passo, dice qualcuno, rispetto al mortificante silenzio di questi ultimi mesi (o ancora peggio: il mortificante sostegno ai presunti molestatori piuttosto che alle vittime) ma dentro il documento ci sono alcune questioni che forse sarebbe la pena porre.

«Non appena l’ondata di sdegno si placa, – scrivono le 120 attrici – il buonsenso comune inizia a interrogarsi sulla veridicità di quanto hanno detto le “molestate” e inizia a farsi delle domande su chi siano, come si comportino, che interesse le abbia portate a parlare». Bene. È possibile sapere perché siete mancate durante «l’ondata di sdegno»?

Poi. «Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza. Noi vi ringraziamo perché sappiamo che quello che ognuna di voi dice è vero e lo sappiamo perché è successo a tutte noi con modi e forme diverse». È sempre piuttosto facile essere solidali con tutti perché, come diceva quel geniaccio antipatico di Dario Fo, poi è come non essere solidale con nessuno. Questo documento quindi dice che è vero ciò che hanno raccontato Asia Argento, Miriana Trevisan, le diverse ragazze su Brizzi (e poi Giorgia Ferrero, Giovanna Rei, Alessandra Ventimiglia e tutte le altre)? E perché non citarle? È stato importante il lavoro de Le Iene e di Dino Giarrusso? E, soprattutto, hanno quindi cambiato idea Nancy Brilli e Cristiana Capotondi che nella furia di difendere Brizzi (basta leggere qui, per citare un articolo a caso) scrivevano «assisto con dolore alle accuse che stanno rivolgendo in queste ore a Fausto Brizzi» o «non può essere la paura che ti venga bloccata la carriera a non farti parlare»? E che dicono quelle che se la prendevano con chi denuncia «senza metterci la faccia» ora che invece preferiscono non accusare il singolo ma piuttosto il «sistema»?

«Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo “molestatore”. Noi contestiamo l’intero sistema», scrivono, nel Paese (ricordiamolo) in cui tutti sottoscriverebbero un manifesto per dire che “la mafia è brutta” ma sempre troppi pochi fanno i nomi dei mafiosi, nel Paese in cui si dice che “la politica fa schifo” ma si è sempre timidi a specificare quale politico, nel Paese in cui la corruzione “è il male” ma guai a fare i nomi dei corrotti. Hanno letto, le sottoscrittrici della lettera, come è stato “rovesciato” il mondo del cinema (e gli altri) negli Usa e negli altri Paesi (civili) del mondo? E soprattutto: se è vero che loro sanno i nomi e i cognomi sono convinte davvero che gli orchi smetteranno di essere orchi solo grazie a questa lettera che archivia il passato? E, ancora, che ce ne facciamo delle vittime che sono state? A posto così?

È un primo passo, dicono in molti. Tardivo e poco coraggioso, dico altri. Eppure sarebbe stato bellissimo (sarebbe quasi un Nuovo cinema paradiso) avere il coraggio di ammettere di avere paura. Scrivere nero su bianco che fare i nomi costa. C’è più forza nell’ammettere la paura che nel proclamarsi paladine di una battaglia che nasce già piuttosto spuntata.

Se è il primo passo di un cammino, bene. Se è l’unico passo allora ha l’odore di un condono.

Buon venerdì.

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