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Questo articolo apre il numero speciale di Left dedicato a Massimo Fagioli.
Si tratta di un brano della biografia dell’autore della Teoria della nascita e psichiatra dell’Analisi collettiva. Sarà pubblicata da L’Asino d’oro edizioni che gentilmente ci ha dato la possibilità di pubblicare questa anticipazione

Le piace la vita, professor Fagioli?

«La vita? Sì, sto benissimo».

Le è sempre piaciuta la vita?

«Sì, penso di sì. Anche quando ci sono stati momenti difficili…».

Così disse Massimo Fagioli durante un’intervista di Gigi Marzullo andata in onda il 10 ottobre 2005 su Rai 1 (cfr. Il Sogno della farfalla, 2/2006, L’Asino d’oro ed.). Tentare di raccontare la sua vita in poche battute è impresa ardua, per non dire impossibile. Perché impossibile è riassumere la vita di un uomo che ha fatto della propria una costante fonte di ricerca sulla realtà umana. Ogni evento, situazione, vissuto è stato per lui uno spunto per osservare, pensare e conoscere quello che è sempre stato invisibile agli occhi della veglia e della coscienza. E ce lo ha raccontato più volte:

«E senza che me ne rendessi conto ci fu una svolta nella primavera del 1945, in seguito a un incidente qualsiasi che può capitare a migliaia di persone. Evidentemente io ero maturo per l’apertura alla realtà non cosciente. Un compagno di scuola mi ferì un occhio. Ripeto: un incidente che succede a migliaia di persone, ma quello è stato un punto cardine per la svolta (…) invece di cadere nel vuoto, invece di avere avuto una reazione di annullamento, di negazione, di castrazione, di dissociazione (…) ho ritrovato un’immagine femminile. E un’immagine femminile che, senza che mi rendessi conto, deve essere stata alla base di tutto quello che ho fatto dopo, perché avevo conciliato, concordato, composto una mia lucidità mentale precisa per cui poi ho fatto tutta la mia strada dall’università alla specializzazione, alla ricerca psichiatrica» (L’uomo nel cortile, Lezioni 2005, L’Asino d’oro ed., pp. 191-2).

Negli anni successivi, infatti, si laurea in medicina ma, invece di proseguire la carriera come chirurgo, decide di diventare psichiatra, rifiutando l’idea di una incurabilità della malattia mentale. «Capitò uno, si sdraiò sul lettino, doveva fare un’iniezione endovenosa, arrivò il chirurgo e disse: “Che ci fa questo qui?”. “Deve fare un’iniezione endovenosa perché è stato dimesso dal manicomio, sta male…”. “Mandatelo in manicomio!” .Come, mandatelo in manicomio?! Lui opera gli altri e questo lo dobbiamo mandare in manicomio? No, questa storia non mi piace. E allora, io, invece di fare chirurgia faccio psichiatria. E lì decisi di fare psichiatria» (Storia di una ricerca, Lezioni 2002, L’Asino d’oro ed.).

È il gennaio del 1958 quando giunge a Venezia per il suo primo incarico presso l’Ospedale psichiatrico dell’isola di S. Clemente. «Il manicomio di Venezia era uno dei più antichi d’Italia; nella sua splendida, straordinaria biblioteca c’erano i testi e le cartelle di cent’anni prima (…). E vedevo che i nostri cari antenati, quegli illustri psichiatri (…) liquidavano tutti con una o due parole che erano quasi sempre le stesse. Una parola era “stolido”; qualcun altro più solerte, più intelligente, scriveva anche “anaffettivo”» (Il pensiero nuovo, Lezioni 2004, L’Asino d’oro ed., p. 75).

Dopo soli due anni però, insofferente alla realtà manicomiale basata su un’idea organicista della patologia mentale, lascia Venezia per recarsi all’Ospedale psichiatrico di Padova «alla ricerca di un pensiero che avesse avuto un interesse a comprendere, oltre l’anatomia del cervello, il funzionamento della mente umana» (“Ipnosi”, premessa a La storia di Anna O., L’Asino d’oro ed., p. XIII). «Quando poi andai a Padova il direttore dell’ospedale era Barison, un liberale molto aperto, che mi permise da sùbito, dal 2 gennaio 1960, di eliminare le regole. Abolimmo tutte le sorveglianze (…). A Padova mi furono affidati due reparti – uno anche di cronici. Lì fu l’inizio forte sulla terapia, perché cominciai sùbito a fare psicoterapia di gruppo. Vivevo con i malati, mangiavo con loro, uscivo con loro, facevo gite a Venezia con loro. Era un reparto circondato da mura e io le buttai giù. Parlavo sempre, in continuazione, con loro. Dovevo capire qual era il punto, il fatto della malattia, tanto che chiedevo spesso: “Perché sei matto?”. Sono rimasto tre anni, poi sono andato a fare la comunità terapeutica a Kreuzlingen, in Svizzera» (“Il problema è la cura non le mura”, intervista a M. Fagioli, Left del 28 febbraio 2015).

Tuttavia, nonostante l’ambiente padovano gli avesse permesso di effettuare una serie di interventi psichiatrici rivoluzionari e innovativi per l’epoca, e di scrivere due articoli che gettarono le basi per la futura ricerca sull’eziopatogenesi della malattia mentale e sulla prassi psicoterapeutica, dopo tre anni decide di andare in Svizzera, presso il Sanatorium Bellevue diretto da Binswanger. E qui, con l’incarico di direttore della comunità terapeutica, approfondisce ancora di più la ricerca sulla psicoterapia di gruppo e la prassi. Nel dicembre del 1963, poi…

L’articolo di Alice Masillo e Martina Patané prosegue su Left in edicola


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