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In occasione dell’uscita del numero speciale di Left UNA VITA IRRAZIONALE, dedicato all’originale ricerca di Massimo Fagioli sulla realtà umana, abbiamo chiesto ad Andrea Masini, psichiatra, psicoterapeuta e direttore della rivista scientifica Il sogno della farfalla, di parlarci delle scoperte dell’autore della Teoria della nascita e dell’analisi collettiva, che hanno portato ad un cambio di paradigma, nella psichiatria e non solo.

Andrea Masini: La domanda è difficilissima perché riguarda un pensiero veramente nuovo, originale, che – ed è uno dei grandi meriti del settimanale Left – viene qui riproposto. È un personaggio, è un pensiero, è una teoria, quella di Massimo Fagioli, che secondo me è ancora tutta da far conoscere. Lui ha lavorato a questa teoria tutta la vita. L’ha esposta nel 1971, sul suo primo libro, che è il punto di partenza di questa teoria, Istinto di morte e conoscenza, che già nel titolo ha gli elementi fondamentali della sua ricerca, cioè l’idea di una realtà umana che è stata sempre codificata come istinto di morte e considerata solo qualcosa di terribilmente distruttivo nella parola. Invece lui l’ha legata alla conoscenza, cioè a questa capacità dell’essere umano di essere così creativo nella sua possibilità di intervenire nel mondo naturale.

Ecco, capisco di aver solo lontanamente chiarito il pensiero di Fagioli. Egli era, e ha sempre rivendicato di essere uno psichiatra, di aver fatto questa ricerca come psichiatra, quindi partendo dalla malattia mentale, partendo dalla malattia mentale grave, non dalla cosiddetta nevrosi, ma dalla malattia che chiamiamo comunemente psicosi. Fagioli si è formato nell’ospedale psichiatrico, il vecchio “manicomio”, e per tutta la vita ha cercato di capire questa duplicità dell’essere umano, che può essere il massimo della distruttività e il massimo della creatività.

E questa dimensione lui la trovava all’interno di quello che un tempo veniva chiamato “inconscio”, cioè la realtà più profonda degli esseri umani, che lui preferiva chiamare “non cosciente”, perché la parola “inconscio” aveva acquisito negli anni il senso di “inconoscibile”, di “sconosciuto ma inconoscibile” e invece lui riteneva che questa potesse essere assolutamente conoscibile, che doveva essere conoscibile, e chiamarla inconoscibile significava – come dire – abdicare ogni ricerca sulla realtà umana. E questa realtà inconscia, o “non cosciente” come la chiamava lui, aveva entrambe queste possibilità: di distruggere, o di costruire, di creare, e questa possibilità di prendere una via piuttosto che un’altra era legata alla sanità – lui avrebbe detto “vitalità” – che ha un essere umano, e quindi di far prendere a questa forza interiore una direzione o il suo opposto…

L’intervista prosegue sul podcast di presentazione del numero speciale UNA VITA IRRAZIONALE. Per ascoltare gli altri podcast di approfondimento Left on air, clicca qui

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