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A cosa servono le chiese? Alla maggiore “gloria di Dio” o al conforto degli uomini? La storia ci dice: a entrambe le cose. Per un verso le chiese, la loro progettazione, la loro costruzione, hanno rappresentato un tentativo di celebrazione fino a sacrificare in quest’opera ogni bene e risorsa umana. Per un altro verso, però, le chiese hanno anche rappresentato luoghi di comunità, dove trovare anche ristoro materiale, protezione dal freddo, dalle angherie del mondo. Da questo punto di vista, non appare poi così peregrina l’idea avuta il 2 febbraio da una cinquantina di attivisti napoletani: occupare una chiesa abbandonata del centro storico per restituirla al popolo e utilizzarla come dormitorio e refettorio per i senzatetto.

Ma facciamo un passo indietro. A Napoli ci sono circa 200 chiese abbandonate, di proprietà della Curia e del Comune. Si va da piccoli edifici a complessi piuttosto grossi, disseminati nel ventre della città. A Napoli ci sono però anche un migliaio di senza tetto, e una delle emergenze abitative più gravi di tutto il Paese, dettata dall’assenza di edilizia popolare e di adeguate politiche assistenziali. L’emergenza freddo del 2016, che causò la morte di diversi esseri umani costretti a vivere per strada, accese per qualche giorno i riflettori su questo mondo. Diverse associazioni in tutta Italia decisero di rimediare alla scarsa offerta di posti letto nei dormitori e di aprire le proprie porte ai senza fissa dimora. A Napoli questo spontaneo esperimento di accoglienza si tenne presso l’Ex Opg “Je so’ pazzo” di Materdei – un antico monastero, per lungo tempo adibito a manicomio criminale e infine occupato e riconvertito a centro sociale -, e portò alla nascita della “Rete di solidarietà popolare”, un insieme di associazioni, singoli cittadini ed ex senzatetto che iniziarono a praticare il mutuo soccorso.

Sin da subito, per evitare il ripetersi dell’“emergenza freddo” – che in effetti emergenza non dovrebbe essere, visto che il ciclo delle stagioni si ripete da miliardi di anni ed è possibile attrezzarsi per evitarne i tragici effetti – la Rete…

L’articolo di Salvatore Prinzi prosegue su Left in edicola


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