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La manifestazione non si era ancora sciolta, nemmeno il tempo per allontanarsi infreddoliti e felici da piazzale Diaz e risalire sui pullman, che già i principali quotidiani nazionali presentavano a gran voce il fatto principe del corteo nazionale antifascista di Macerata del 10 febbraio 2018: «Frasi shock sulle foibe nel Giorno del ricordo. Serracchiani: “Cori scandalosi”», si legge su La Repubblica, a stretto giro. E la notizia diventa virale. Le circa 30mila persone presenti, la risposta decisa, di popolo, di una Italia che si stringe per dare solidarietà alle vittime di un attentato fascista, dopo che le principali sigle di sindacato (Cgil), associazionismo (Arci) e l’associazione dei partigiani (Anpi) avevano revocato il sostegno al corteo – fatto inusuale – e il ministro dell’Interno aveva promesso di vietarlo – fatto inedito in pressoché tutto il mondo cosiddetto “occidentale”, all’indomani di un episodio di terrorismo -: tutto questo scivola inesorabilmente in secondo piano, rispetto all’oltraggio di quel coro. E poco importa che a gridarlo sia stata uno sparuto manipolo di militanti.

Perché, quando si parla di foibe, non ci si riferisce ad un semplice fatto storico, drammatico, da analizzare con la cura e la serietà tipiche di accademici e divulgatori. No, le foibe sono qualcosa di molto diverso, e di molto di più: sono un tabù, un feticcio da evocare senza approfondire, un dispositivo mitologico costruito ad hoc a partire da una storia, quella vera, che ormai non importa più a nessuno. La sua malcelata funzione si è resa manifesta in modo limpido, finalmente, lo scorso 10 febbraio 2018, dopo Macerata: il dispositivo-foiba – di cui il Giorno del ricordo, istituito nel 2004 per volere dell’allora governo Berlusconi col beneplacito del centrosinistra, è parte integrante – non è altro che una clava con cui colpire l’antifascismo. «Questa commemorazione è una battaglia strumentale della destra in contrapposizione alla Giornata della memoria», ha dichiarato anni fa lo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca. E l’efficacia dello strumento è sostenuta da una grossa mole di bufale e narrazioni tossiche che gravitano intorno alla vicenda giuliano dalmata.

A partire dai numeri: «Diecimila infoibati» ribadisce quest’anno CasaPound, «ventimila italiani torturati e gettati nelle foibe» rilancia Pietrangelo Buttafuoco dalle colonne del Tempo. La fiera delle cifre è ricca, e la destra gioca a chi le spara di più. «Maurizio Gasparri, ad esempio, alcuni anni fa ha parlato di “milioni di infoibati”, ma tutta l’Istria non aveva un milione di abitanti, allora poco dopo ha ritrattato e ha parlato di migliaia». A ricordarlo è Claudia Cernigoi, giornalista e saggista, autrice di Operazione foibe a Trieste (Kappa Vu, 1997), che ci aiuta a fare luce sulla vicenda. «È stata fatta una grossa confusione – spiega Cernigoi – grazie anche all’opera di alcuni storici secondo cui il significato di “infoibati” non andava inteso in senso letterale, ma piuttosto in una accezione più vasta che comprende tutte le persone che, in un determinato periodo di guerra, sono state uccise, o dai partigiani o dall’esercito jugoslavo, per vari motivi, o portati nei campi e poi giudicati dai tribunali militari, o vittime di violenza privata. Questo è l’errore principale, il terreno fertile su cui sono potute fiorire le varie manipolazioni».

Ma quale potrebbe essere, dunque una stima più ragionevole delle cifre? «Per quanto riguarda le vittime delle foibe istriane, quelle avvenute all’indomani dell’8 settembre del 1943, possiamo parlare di duecento, trecento persone, considerando anche alcuni episodi accaduti nel dopoguerra in quelle zone. Circa le foibe del goriziano e del triestino, nel dopoguerra sono stati recuperati 464 corpi, metà dei quali erano militari morti durante il conflitto». Sono numeri molto più contenuti, documenti alla mano, rispetto a quelli della propaganda. «Per questo io e altri miei colleghi siamo chiamati “negazionisti”», chiosa Cernigoi. La loro “colpa”, in realtà, è quella di smontare pezzo dopo pezzo le giustificazioni con cui ancora c’è chi si ostina a parlare maldestramente di “genocidio”, oppure chi tira in ballo l’odio anti-italiano, nel tentativo di dimostrare una pulizia etnica da parte delle truppe di Tito mentre si trattò di uccisioni avvenute nel contesto della battaglia oppure di esecuzioni, dopo una sentenza di condanna, di gerarchi e collaborazionisti accusati di crimini di guerra. Al termine, è bene ricordarlo, di un periodo in cui italianizzazione forzata, campi di concentramento e crimini di guerra in territorio slavo erano stati all’ordine del giorno (a questo proposito, molto interessante è il documentario prodotto dalla Bbc Fascist legacy, per anni censurato dalla Rai).

Uno tra i tanti paradossi di questa vicenda, quello forse più straordinario, riguarda la foiba di Basovizza. Divenuta monumento nazionale nel 1992 per mano dell’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro, da quelle parti, in occasione delle consuete celebrazioni, transitano le massime autorità triestine, friulane e nazionali. Ma quel sito nasconde una storia particolare. Le foto d’agenzia che puntualmente circolano nel Giorno del ricordo dovrebbero far drizzare le antenne: che ci fanno l’ex vicepresidente del Pd Debora Serracchiani e governatrice del Friuli, il sindaco di Trieste (ma a celebrazioni in quel luogo hanno partecipato anche i presidenti Cossiga e Napolitano), ogni anno ritti in piedi di fronte ai labari della formazione nazifascista Decima Mas?

Qualcosa, ad occhio, non torna. «La leggenda parla di centinaia di persone, legate, in fila, la prima delle quali veniva fucilata, facendo cadere nella gola le altre. Si tratta di bufale – racconta Cernigoi -. Innanzitutto a Basovizza non c’è una vera e propria foiba, bensì un pozzo di miniera, le cui dimensioni escludono una dinamica simile a quella tramandata nella leggenda. Inoltre, nell’estate del 1945 sono stati fatti dei recuperi dai militari angloamericani, e i documenti parlano di una decina di corpi rinvenuti, non riconoscibili se non per la loro divisa tedesca, soldati morti durante la battaglia di Basovizza, e di alcune carcasse di cavalli».

Il monumento nazionale alle vittime delle foibe, dunque, è sorto in un luogo dove non c’è mai stato nessun infoibamento. «Solo su una circostanza, non del tutto certa, le carte di un procedimento penale lasciano aperta l’ipotesi». Si tratta del caso di Mario Fabian, un torturatore della “banda Collotti”, lo squadrone tristemente celebre per la repressione anti-partigiana nell’allora Venezia Giulia. «I suoi assalitori avrebbero confessato di averlo gettato nel pozzo», chiarisce la studiosa. Insomma, mentre a meno di dieci chilometri da lì, il 27 gennaio, presso quella Risiera di San Sabba teatro per anni di uno dei lager nazisti in territorio italiano, si celebra la “memoria” dell’Olocausto, qualche giorno più tardi, a Basovizza si “ricordano” le foibe nel luogo dove probabilmente venne infoibato soltanto un complice dell’Olocausto. A questo punto, il significato delle bandiere della Decima Mas dovrebbe essere più chiaro.

«È stata creata una mitologia sulla foiba di Basovizza, che purtroppo le autorità italiane hanno ripreso dalla destra neofascista», ha recentemente dichiarato a Fanpage lo storico Jože Pirjevec, autore di uno degli studi più importanti sul tema, Foibe – una storia d’Italia (Einaudi, 2009). Mitologia che viene alimentata anche a suon di falsi fotografici. Raccolti e catalogati sul blog Giap grazie al collettivo di scrittori Wu Ming, insieme allo storico Pietro Purini e al gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki. Un esempio su tutti, la foto che ritrae l’esecuzione di civili sloveni da parte di soldati italiani, puntualmente scambiati per un plotone titino pronto a martoriare vittime italiche

Il falso è stato riprodotto persino da Bruno Vespa nel salotto Rai di Porta a porta nel 2012, mentre quest’anno ha fatto capolino sul sito di Fratelli d’Italia. Ma è solo una delle tante distorsioni storiche che albergano in questa vicenda surreale. A fine gennaio 2018, proprio a ridosso della commemorazione delle vittime dell’Olocausto, è stato intitolato il carcere di Trieste al maresciallo Ernesto Mari, comandante della struttura dalla quale partivano ebrei, detenuti politici e partigiani direzione Auschwitz, poi infoibato nel maggio 1945 nell’abisso Plutone, il luogo dove le esecuzioni furono più numerose. «Ci piacerebbe che il ministero della Giustizia, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e l’intero governo spiegassero ai cittadini il perché di questa scelta», ha denunciato la coordinatrice di Antigone Susanna Marietti. Un cortocircuito inquietante, che racconta di un Paese tutt’ora incapace di fare i conti con la storia.

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto da Left n. 7 del 16 febbraio 2018


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