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Non stancarti di andare è un lungo romanzo grafico ideato e realizzato da Teresa Radici e Stefano Turconi. Una storia moderna che si legge tutta d’un fiato tra le andate e i ritorni dei due protagonisti, Iris e Ismail, lei disegnatrice italiana la quale, durante un viaggio in Siria condotto diversi anni prima, conosce Ismail, ricercatore siriano, del quale si innamora.
Il libro, edito dalla casa editrice Bao Publishing, sta girando molto e gli autori saranno presenti al Cartocomics di Milano, dal 9 al 12 marzo. Abbiamo colto l’occasione per rivolgere ai due autori qualche domanda.

Nel libro si affrontano diverse tematiche. Una delle più scottanti è sicuramente quella legata ai fortissimi movimenti migratori che stiamo vivendo in questi anni. Secondo voi, ancor più che l’andare e il partire, qual è invece la vera sfida che è costretto ad affrontare ogni giorno chi, una volta arrivato, decide di restare?
Non crediamo si possa riuscire ad immaginare neanche lontanamente l’enorme quantità di sfide che chi sopravvive a viaggi migratori lunghi e perigliosi si trova ad affrontare una volta “raggiunta la meta”. Sicuramente c’è l’angoscia per chi è rimasto indietro, bloccato là nel paese martoriato d’origine o perso sulla via verso la salvezza; poi dev’esserci lo sconforto per un futuro da riscrivere tutto da capo, la paura di non riuscirci, di non essere creduto, capito, accolto. Poi, forse, la sensazione di “esilio” che ti accompagna per tutta la vita: il “non sentirsi più a casa in nessun luogo”, la fatica ad identificarsi come cittadino di un singolo Stato, la natura “a metà” di un essere perennemente tra due mondi.

Un’altra tematica importante, e legata sicuramente alla migrazione, è la “diversità”.
Come può l’arte dire la sua sulla diversità e in qualche modo aiutarci a comprendere quanto, mentre ci attrae, inevitabilmente ci spaventa?
Forse possiamo rispondere parlando, nel nostro piccolo, dell’ambito che ci riguarda più da vicino: le storie. Le storie sono grandi lezioni di umanità: spingono a mettersi nei panni degli altri, di quei personaggi che diventiamo vivendole, che si tratti di storie scritte, disegnate, filmate, recitate a teatro non importa. Nell’arco di tempo che trascorriamo dentro una storia, vediamo con altri occhi, sentiamo con altri sensi, ricordiamo avvenimenti mai vissuti e ci proiettiamo in mille futuri possibili, il più delle volte magari lontani da quelli che nella vita di ogni giorno immagineremmo per noi. Dovremmo far tesoro di queste esperienze, di queste sensazioni. Perché è vero che ci raggiungono grazie alla nostra “volontaria sospensione dell’incredulità”, ma è anche vero che ci avvicinano prodigiosamente all’essere qualcun altro, a conoscere in prima persona realtà diverse. Ed è la conoscenza l’antidoto alla paura, il primo passo verso la comprensione del fatto che è proprio l’unicità di ognuno a renderci, in fondo, tutti la stessa cosa.

Una delle prime a raccontare il suo viaggio è proprio Iris, la protagonista femminile della storia, quando parte per la Siria alla ricerca di immagini diverse e suggestive di quell’altrove che da qualche parte ci aspetta per essere svelato. Quando l’artista deve fermarsi per cominciare a disegnare e intraprendere un altro viaggio, quello che lo trascinerà dentro il suo altrove?
La risposta potrebbe essere: quando qualcosa minaccia di esplodergli dentro, se non gli dà corpo sulla carta (o sulla tela, o scolpito nella materia, o su un palco, o grazie a un film). Ma non si tratta tanto di un fermarsi, quanto di continuare il cammino in una direzione diversa. Continuando comunque a raccogliere stimoli, emozioni, attimi dalla vita e le esperienze di ogni giorno… e conservarli per le storie che verranno.

 

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