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La battaglia per i diritti umani non è mai vinta definitivamente, in nessun luogo e in nessun momento storico. I confini si spostano di continuo, per cui non c’è spazio per il compiacimento. Nella storia dei diritti umani, questo non è mai stato più chiaro di ora. Nel 2017, questa battaglia globale per i valori ha raggiunto un nuovo livello d’intensità. Gli attacchi ai valori su cui si basano i diritti umani, che affermano la dignità e l’uguaglianza di tutte le persone, hanno assunto vaste proporzioni. I conflitti, alimentati dal commercio internazionale di armi, continuano ad avere effetti devastanti sui civili, spesso secondo un piano prestabilito».

Parole dure quelle di Salil Shetty, segretario generale di Amnesty international, scritte nell’introduzione al Rapporto 2017-2018 dell’associazione Premio Nobel per la pace (1977) fondata nel 1961 dall’avvocato inglese Peter Benenson. Il Rapporto (Infinito edizioni), presentato in “prima” mondiale il 21 febbraio, è da decenni la “bibbia” dei diritti umani nel mondo e quest’anno prende in considerazione 159 Paesi in cui i diritti individuali e collettivi sono stati messi gravemente a rischio o violati. Tra le emergente esaminate, un ruolo centrale giocano i conflitti, la condizione femminile, il razzismo e la mancanza di giustizia.

«I conflitti iniziati in questo decennio restano purtroppo tutti attivi: da quelli nell’Africa sub-sahariana a quelli nell’area medio-orientale, sempre più crudeli e sempre più segnati dall’accanimento contro civili e infrastrutture civili, con l’obiettivo di rendere invivibile la vita alle popolazioni locali – spiega a Left Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty international -. Il tragico elemento nuovo del 2017 è stata la campagna militare del governo di Myanmar contro la minoranza rohingya, con diffusi crimini contro l’umanità e che ha costretto alla fuga in Bangladesh circa 700mila persone». I crimini contro la minoranza a prevalenza musulmana rohingya sono…

L’articolo di Luca Leone prosegue su Left in edicola


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