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Quasi a rivendicare una certezza di tutti ma che a loro sembra essere negata, in lingua romanès, Rom, vuol dire essere umano. E non una minoranza con una specificità razziale, culturale, linguistica e religiosa opaca e avulsa dalla dialettica sociale. Caratteristiche rigidamente definite, secondo un approccio piuttosto diffuso in gran parte della letteratura, non solo ne hanno sfregiato la costruzione identitaria ma sono scivolate in una deriva etnica, intrisa di strabico relativismo. Un’immagine omogenea, essenzialista e parziale che ha condizionato incessantemente il discorso pubblico e l’azione politica sui Rom.

Prova ne sono l’impostazione culturalista utilizzata nella prassi della Strategia nazionale per l’inclusione dei rom 2012-2020 e gli interventi legislativi regionali. «Si comprende bene come dal 2012 a oggi, le principali azioni condotte a livello istituzionale e le proposte legislative non abbiamo posto al centro il superamento dei mega insediamenti monoetnici, azioni di contrasto alla povertà estrema e alla discriminazione, o la lotta alle azioni di sgombero forzato e alla violazione dei diritti fondamentali», dichiara il presidente di Associazione 21 luglio, Carlo Stasolla, partecipando al convegno “Riconoscimento, tutela e promozione sociale delle comunità rom e sinti in Italia. Quali azioni promuovere?”, tenutosi al Senato, qualche giorno fa. E aggiunge: «Abbiamo, piuttosto, assistito a proposte per il riconoscimento linguistico, per salvaguardare la realizzazione di micro aree del Nord Italia dove esistono dignitose case mobili, per tutelare specifiche tradizioni artistiche. Battaglie legittime ma che nell’Italia segnata da centocinquanta baraccopoli istituzionali, non possiamo sicuramente considerare prioritarie!».

Ci sono 28mila rom senza voce ma ipervisibili in uno stato di estrema povertà, marginalità e segregazione ‘autorizzata’. Che finiscono nel mirino di atti xenofobi e discorsi d’odio, colpevoli(zzati) di essere portatori scelti di differenze culturali segreganti. Senza sapere che «l’esclusione sociale di cui parte dei rom è vittima – sostiene Antonio Ciniero, ricercatore presso il National Institute of Statistics (Istat) e l’International Centre of Interdisciplinary Studies on Migrations – è, in primo luogo, una questione di politica sociale e come tale dovrebbe essere affrontata, non in termini etnico-culturali» perché la condizione in cui versa altro non è che la conseguenza (visibile) di disuguaglianze sociali, reiterate per generazioni, in parte incentivate o sostenute proprio dagli interventi politici che sanciscono, il più delle volte, una differenza che inevitabilmente produce effetti sociali.

E non solo. «L’ostilità nei confronti di rom, sinti e camminanti nasce da molte motivazioni – specifica il presidente della Commissione diritti umani del Senato, Luigi Manconi -, una di queste è la cancellazione della loro storia. Pochi conoscono il numero dei morti rom e sinti nei campi di concentramento. E’ necessario riconoscere la dignità storica di questi gruppi».

Conoscere e riconoscere è l’unico movimento (virtuoso) per sfatare interpretazioni distorte dell’identità culturale dei rom. Ne è convinto il presidente della Fondazione Romanì Italia, Nazzareno Guarnieri, intervenuto al convegno: perché «un’errata rappresentazione etnica ha condizionato la stesura dei testi normativi e giustificato politiche differenziate e di assistenzialismo culturale». L’equivalenza tra rom e nomadismo, per esempio, ha portato «a ridurre il nutrito corpus delle leggi regionali degli anni ottanta alla salvaguardia della cultura rom con la tutela del diritto al campo nomadi e ha, più che altro, contribuito a cristallizzare un’idea (deformata) della minoranza romanì». Che marginalizza, esclude e nega i loro diritti fondamentali. Uno su tutti, quello all’inclusione, possibile solo eliminando dispositivi politici o giuridici che tendono a separare i rom dal resto degli esseri umani.

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