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Il 4 marzo «non ingoiare il rospo», scegli «pace, anti fascismo, anti razzismo», dice un buffo video di Popolo al popolo che prende in giro la logica del pragmatismo, della real politik, del voto utile, turandosi il naso. Gli attivisti di Potere al popolo usano un linguaggio decisamente insolito rispetto a quello astratto e devitalizzato a cui ci hanno abituato i politici negli ultimi anni. Ciò che colpisce è anche il modo, la passione che colora i loro discorsi su uguaglianza, libertà, diritti. Discutono molto di lavoro, di lotta alla precarietà, ma parlano anche di sogni, di costruzione di una sinistra nuova e solidale che ancora non c’è, provando a immaginare una società diversa da quella imposta dal pensiero unico liberista del dio mercato. I loro manifesti citano Shakespeare, Brecht, Chaplin, Joe Strummer e i Clash. Mentre la loro prassi politica è radicata in realtà di base, associazioni, comitati, centri sociali. Moltissimi al Sud, come l’ex Opg napoletano da cui è partito il tam tam che nel giro di due mesi ha attivato più di 150 assemblee in tutta Italia. Per capire meglio chi sono e come sia stato possibile arrivare a questo risultato abbiamo intervistato Viola Carofalo, portavoce di Potere al popolo. A partire da alcune parole chiave. La prima è antifascismo. Parola che innerva la Costituzione italiana. Galli Della Loggia sul Corsera ha scritto che è una parola ambigua. Il contrario di fascismo non sarebbe antifascismo, ma democrazia. Noi pensiamo invece che, oggi più che mai, abbia un contenuto forte di rifiuto della violenza praticata da CasaPound e da Forza nuova, ma anche di quella violenza nascosta nelle politiche securitarie del ministro Minniti.

Che cosa significa la parola antifascista per la portavoce di Potere al popolo e quali sono, per voi, le strategie politiche per contrastare il neofascismo?
C’è un provvedimento molto facile da mettere in pratica: mettere fuori legge le formazioni neo fasciste. E che lo siano, non lo dico io, lo dicono loro. Non è difficile trovarne traccia nelle loro rivendicazioni, nei loro discorsi. Penso a Roberto Fiore, capo di Forza nuova, che rivendica con orgoglio la propria appartenenza a Terza posizione, ovvero alla destra eversiva. Ma penso anche a Simone Di Stefano, il leader di CasaPound, che in piazza a Napoli ha detto: “Siamo fascisti e non ce ne vergogniamo”. Penso però che il problema, purtroppo, non sia solo lì. Queste formazioni neofasciste sono un problema, perché hanno seminato odio e violenza anche in questa campagna elettorale, ma è un problema anche la complessiva deriva a destra del Paese: ci sono forze politiche che hanno molto spazio e consenso che hanno fatto propri discorsi fascisti. Penso alla Lega nord ma anche ai provvedimenti presi dal ministro dell’Interno Minniti. Non uso il termine con leggerezza, né in senso lato per parlare genericamente di qualcosa di autoritario, ma con cognizione di causa.

 

Si riferisce al decreto Minniti-Orlando sull’immigrazione?

Sì, ma anche al Daspo urbano che comporta l’espulsione dal centro città dei poveri, di chi è emarginato, di quelli che Minniti chiama – con un termine inaccettabile – «indecorosi». È qualcosa che ha a che fare con il fascismo nel senso più classico: l’idea che la povertà sia una vergogna e una colpa; chi è povero è colpevole e non deve disturbare lo sguardo di chi vive in condizioni diverse. Penso anche, come lei diceva, al provvedimento di Minniti che comporta l’eliminazione del secondo grado di appello per le persone richiedenti asilo. Anche in questo caso un diritto che per noi è scontato, ovvero la possibilità di appellarsi nel momento in cui si ricorre in giudizio, è stato cancellato per chi è straniero. Questa è una legge apertamente razzista. È doloroso ammetterlo, ma in qualche modo il fascismo e il razzismo sono entrati nel senso comune del Paese. Ribadisco: CasaPound o da Forza nuova vanno messe fuori legge, ma non possiamo far finta di non vedere che forze politiche di maggior peso e spessore in qualche modo si sono rese complici di questo discorso e l’hanno articolato in una maniera che se vogliamo è anche più subdola perché pesa sul futuro del Paese.

Rifiutare la violenza significa anche elaborare un pensiero diverso, dare una risposta sul piano culturale di pensiero?

Io credo che un intervento culturale in questo senso sia importantissimo, bisogna cambiare segno al discorso pubblico. Ma è importante anche rispondere in pratica, nel concreto, non bisogna lasciare spazio a questo discorso, e possiamo intervenire attraverso pratiche solidali. Faccio un esempio banale: nei giorni in cui ha nevicato ho proposto di aprire le sedi ai senza tetto. Sono iniziative che dicono qualcosa all’opinione pubblica, dicono che sono persone come noi, che non dobbiamo escluderli, né pensare che siano persone alle quali dobbiamo fare guerra, perché troppo spesso il povero, lo straniero viene additato come quello che ti toglie qualcosa in termini di diritti. Noi invece proponiamo un’attività solidale. Dunque, sicuramente va fatto un discorso culturale , un ragionamento pubblico che sia profondamente differente, in particolare rispetto al discorso razzista che va rifiutato in maniera molto chiara e molto netta, senza paura di perdere consenso. Tanti partiti hanno paura di perdere consenso facendo questo ma se noi lasciamo la solidarietà ad altri o addirittura lasciamo le periferie a CasaPound o a Forza nuova poi non ci possiamo lamentare.

Da tempo ormai il centrosinistra ha abbandonato il lavoro sul territorio. Voi siete in controtendenza anche su questo, fate un grosso lavoro locale, di relazione, improntato al mutualismo. In questo c’è una analogia con il modo di fare politica dei giovani di Momentum che sostengono Corbyn?

Sì, sono stati per noi un motivo di ispirazione. Credo che gli attivisti di Momentum abbiano trovato una chiave giusta: fare politica vuol dire anche stare in contatto diretto con gli altri. Noi usiamo molto internet, è come noi non ha soldi, ma sappiamo anche che la ricostruzione di un tessuto di sinistra non passa solo per il web. Non vogliamo soltanto farci conoscere per farci votare, ma più di tutto vogliamo ricostruire un tessuto della sinistra, perché è quello che manca. Ed è per questo che ci siamo lanciati in questa avventura di slancio, anche in maniera un po’ incosciente, perché pensiamo che esistano tante persone che credono in questi valori ma pensiamo anche che tante persone non abbiano la possibilità di fare rete, di potersi mettere in relazione. Fare campagna elettorale porta a porta, costruire assemblee territoriali in modo molto aperto, trasversale, per noi significa provare a ricostruire una collettività e veicolare un messaggio solidale, di equità sociale, di fiducia, anche per riattivare la partecipazione politica; altrimenti tutto comincia e finisce con le elezioni. A noi questo non interessa.

Agli italiani all’estero che non vi possono votare perché per ostacoli burocratici Potere al popolo non compare nelle liste, avete proposto di far adottare il loro voto a chi si astiene. Tanti sono studenti, giovani emigrati. Il vostro è un messaggio che punta a riavvicinare i giovani, i precari, i delusi da questa politica che soffre una grave crisi della rappresentanza?

Io stessa non sarei andata a votare, perché a novembre non mi riconoscevo in nessuna formazione in campo, non mi convinceva nessuna delle proposte, nessuno parlava di precarietà, di donne, di Sud, temi per me importanti. Anche di questi argomenti abbiamo parlato con chi in passato si è astenuto e con chi vota per la prima volta, rivolgendo loro un appello al voto. Non avendo soldi per commissionare sondaggi, siamo andati fuori dalle scuole superiori a parlare con i ragazzi per chiedergli cosa avrebbero votato, per raccontargli di noi. Per noi quel voto vale doppio, al di là del suo peso concreto, numerico. Siamo andati davanti alle scuole a dire a persone che hanno 18-19 anni che votare non è delegare, ma è uno strumento della partecipazione politica.

Nel vostro video “La mia prima volta” alcuni di loro raccontano il primo voto, come una grande cotta per la sinistra. È tenerissimo. Quanto è importante la scuola e il ruolo degli insegnanti, così bistrattati anche dalla Buona scuola di Renzi?

Penso che gli insegnanti siano stati una della categorie più maltrattate negli ultimi anni, sia sul piano retributivo che dei diritti. La Buona scuola ha rafforzato ancor più i poteri del presidi sottoponendo gli insegnanti al loro arbitrio e imponendo forti vincoli, anche limitando la libertà di insegnamento. Pochi giorni fa c’è stato un aumento di stipendio veramente esiguo, dopo ben 9 anni di blocco dei contratti. Ma al di là delle difficili condizioni materiali in cui gli insegnanti devono lavorare, ciò che è davvero pesante e difficile da mandare giù per chi insegna è il racconto che si fa della categoria. Vengono raccontati quasi fossero dei “parassiti”, come superflui o, al più, come tecnici che non devono entrare in conflitto con parenti e studenti che, spesso, ti chiedono un servizio, non formazione. Io penso invece che gli insegnanti e l’istruzione siano la componete più importante della formazione di un Paese e di una collettività. Se li paghiamo poco, li facciamo lavorare male e li disprezziamo nel discorso pubblico, non stiamo solo danneggiando la categoria, ma stiamo danneggiando un patrimonio comune. Bisognadare più soldi alla scuola pubblica, ma bisogna anche trasformare la visione. Non si possono sostituire gli insegnanti con un computer. La formazione degli studenti passa anche attraverso il rapporto con gli insegnanti, per la costruzione del pensiero critico, che è l’esatto opposto di quel che vuole la Buona scuola.

Parlando di lavoro, Grasso ha detto che la Fornero non va abolita ma va aggiustata. Bonino addirittura esalta tale riforma delle pensioni, in sintonia con Berlusconi e il Pd. Nel programma voi invece proponete di abolirla e di abolire anche il Jobs act.

Sì. Aggiungo che ciò che ha detto Grasso era stato anticipato da Bersani. Abolire la riforma Fornero non è una questione ideologica. È certamente anche una questione di principio perché ha peggiorato la condizione di vita di molti ed è stato un provvedimento oppressivo per chi non arriva a fine mese. Il punto è che un pensionato non deve essere maltrattato o spremuto come un limone fino alla fine. Per chi fa lavori pesanti lavorare degli anni in più significa ammalarsi. È una riforma che peggiora le condizioni di vita, che si prende gravi responsabilità sulla vita delle persone, non è solo un discorso ideologico su come noi immaginiamo lo Stato o le pensioni in un mondo ideale, riguarda la vita delle persone.

Cosa risponde a chi dice che abolire la riforma Fornero non si può fare per ragioni di sostenibilità economica?

Alcuni studi dicono che servono 20 miliardi. Un’enormità, si dice. Bene, è esattamente la cifra che abbiamo speso per il Salva banche. È una questione di scelte politiche, di priorità. Noi per che cosa vogliamo spendere i soldi? Li vogliamo spendere per le spese militari? Per il Salva banche? Noi no, li vogliamo spendere per chi va in pensione, per consentire un po’ di riposo a chi dopo tanti anni di lavoro ha diritto a godersi la famiglia, i propri interessi culturali. Bisogna far entrare i giovani nel mondo del lavoro. La condizione assurda che viviamo è che tanta gente che vorrebbe lavorare non trova le condizioni per farlo e tanta gente che vorrebbe smettere di lavorare, perché anziana, non può smettere, e questo è assurdo.

A proposito di spese militari, lei è andata in tv da Belpietro con la scritta «restiamo umani» sulla maglietta (andandosene poi dallo studio per protesta, gli ha lasciato la Costituzione da leggere). Cosa pensa della proposta di Tabacci e Bonino di costruire un esercito europeo?

Ci manca solo questo! Come se avessimo poche spese militari. Non sono solo inutili ma anche dannose. Hanno parlato di missioni umanitarie in Niger, nei primi anni Duemila si parlava di guerre umanitarie, è la stessa cosa; non stiamo andando a portare pace, stiamo andando a garantire interessi economici. Stiamo andando ad appropriarci di risorse altrui. Il paradosso è che proprio chi sostiene questo tipo di missioni poi grida agli invasori, non considerando che sono spinti da noi. È la nostra politica estera – con quella di molti altri Paesi – a generare i flussi migratori. Dobbiamo smettere di bombardare la gente, smettere di affamarla. Per noi il rifinanziamento delle missioni militari non solo è uno spreco ma è una cosa indecente in un Paese che vive in una situazione di compressione di spese sociali, di tagli alla sanità pubblica e alla scuola.

Salvini giura sul Vangelo, Il Pd imbarca Casini, la Bonino che va dal papa, Di Maio che bacia la teca di san Gennaro. Nel vostro programma c’è invece l’abrogazione dei Patti lateranensi, perché?

Io penso che la laicità dello Stato sia una questione essenziale e mi sembra anche paradossale doverlo ribadire nel 2018. Ma con tutta evidenza c’è ancora bisogno di farlo e noi lo facciamo. Perché è importante la laicità? Basta pensare alla questione dei medici obiettori, le statistiche per il Sud d’Italia dicono che sono il 70/80 per cento. Questo significa che il diritto a poter scegliere di interrompere una gravidanza è impedito. Senza contare che alcuni farmacisti per lo stesso principio si rifiutano di vendere la cosiddetta “pillola del giorno dopo”. Oppure pensiamo alle difficoltà che ha incontrato in Italia l’aborto per via farmacologica. Parliamo di questioni molto concrete. Discorsi analoghi si potrebbero fare sul fine vita. Berlusconi ha detto che il primo passo sarà eliminare leggi come quella sul testamento biologico e la Cirinnà, conquiste che a me sembrano il minimo in un Paese civile nell’anno 2018.

L’intervista di Simona Maggiorelli a Viola Carofalo è pubblicata su Left in edicola


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