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Nina è una giovane donna, ragazza madre, che vive con la figlia in un paesino tipicamente padano, della bassa Lombardia, dove tutti girano in bici e sembrano a prima vista parecchio felici. Lavorano indefessamente e non pensano ad altro che al lavoro. Nina ha trovato da poco impiego in una lussuosa clinica privata, l’ospizio più prestigioso che ci sia, un istituto di stampo ecclesiastico, dove per entrare serve la raccomandazione della Chiesa e dove lavorano molte altre ragazze, italiane e soprattutto straniere. Una piccola comunità femminile apparentemente molto unita. Specie da un segreto.

Torna ad usare la macchina da presa come mezzo di perlustrazione e battaglia sociale, civile e quindi politica uno dei nostri autori cinematografici più impegnati, Marco Tullio Giordana (I cento passi, PasoliniUn delitto italiano, Romanzo di una strage e lo straordinario La meglio gioventù, solo per citarne alcuni). L’8 marzo esce nelle sale il suo ultimo film, Nome di donna, con protagonisti Cristiana Capotondi, Valerio Binasco, Bebo Storti, Adriana Asti, Michela Cescon e sceneggiato dallo stesso regista con Cristiana Mainardi. Un film sul tema delle molestie sessuali che le donne subiscono nei luoghi di lavoro. E sull’omertà, sull’ipocrisia, sulla piccola borghesia e sulla corruzione morale della Chiesa. Un film, soprattutto, sul coraggio di denunciare. «Che esce in un giorno simbolico di lotta e non di festa – ci tiene a sottolineare il regista milanese, classe 1950 -. Fare un film “sociale”, che parla di oggi equivale a fare un film civile e quindi politico sulla storia di ieri. Questo è un film sulla lotta di classe, parla di abuso di potere. Una sopraffazione che può essere contro una etnia, una minoranza, una classe sociale, in questo caso tratta il tema delle molestie sulle donne nei luoghi di lavoro».

Un tema tornato alla ribalta ma che, purtroppo, affonda le sue radici nel passato.
È un tema che mi interessava da tempo, quando è scoppiato il caso Weinstein io ero già al montaggio. Una piaga intessuta nella nostra società: nel film si vede come l’omertà diffusa ha creato una cortina. Un’omertà e una paura che coinvolge tutti, anche le stesse donne e madri. Perfino la Chiesa, dai preti di campagna agli alti prelati. Una copertura che rispetta un codice mafioso, è la polvere che si nasconde sotto al tappeto. Ecco, io ho rovesciato il tappeto.

A proposito di Chiesa, c’è una frase emblematica nel suo film, quella che pronuncia Bebo Storti, ce la ricorda?
È il sacerdote che siede nel Cda dell’istituto, e dice «La misericordia la custodiamo nella cassetta di sicurezza…», lasciando intendere molto, anzi tutto. I preti si macchiano delle stesse responsabilità di chi ha commesso il fatto perché il loro segreto confessionale alimenta purtroppo quella coltre di connivenza con un sistema radicato, in cui nessuno deve osare ficcare il naso.

Il suo è inevitabilmente, così come lo è tutto il suo cinema, un film politico. Siamo nei giorni del voto, come sta vivendo questo periodo?
Male. Perché non riesco a riconoscermi e ad identificarmi in nessuno schieramento, in nessun leader. E la cosa mi fa soffrire profondamente, perché mai mi sarei sognato di non andare a votare o andare e votare per il meno peggio. Non so davvero ancora cosa farò, se andrò e chi sceglierò. E questo è un messaggio davvero brutto che non pensavo di dover mai dare alla gente, ai giovani…
Se dieci anni fa, o prima ancora, mi avesse chiesto chi avrei votato glielo avrei saputo dire. Mentre ora potrei dirle perché non votare Berlusconi, Salvini, o i 5 Stelle… Non salvo nessuno, Sinistra compresa. O centro-sinistra o come diavolo si chiama. Sempre divisa, sempre lontana dalle sezioni, dalla base. Ma la prego parliamo di altro.

Lei che la Storia la conosce, ci può dire quale futuro ci attende?
Solo la bellezza ci potrà salvare. Ci potranno salvare l’arte e la cultura. Dovremmo toccare il fondo ancora di più in attesa che nasca – sempre se la lasceranno emergere – una nuova classe politica illuminata. Che sarà una minoranza elitaria che produrrà un nuovo modo di fare politica. Prendo in prestito una frase di De André: «Dal letame nascerà un fiore». Forse andrà così.

Ma quella Meglio gioventù di cui lei ci ha parlato nel suo film-manifesto, quelle persone della società civile piene di ideali, oggi dove sono, cosa fanno?
Erano una minoranza. Sono stati scansati dai loro compagni di classe col loden, pronti a mettere il cappello, a piazzare il marchio di quelle lotte, di quella stagione. Non bisognava scaraventare i libretti universitari sulla cattedra del professore, bisognava studiare. E loro, quelli de La meglio gioventù lo hanno fatto. Ma non gli hanno consentito di cambiare il Paese, finito poi nelle mani di chi era più scaltro e opportunista.

A proposito del suo film, il caso Weinstein ha scoperchiato il vaso di Pandora, le molestie del grande produttore del cinema hollywoodiano. In Italia, in modi e forme diverse, c’è stato il “caso Brizzi”. La protagonista del suo film, Cristiana Capotondi, ha sempre manifestato solidarietà per il presunto molestatore.
È questo il punto, presunto molestatore. Cristiana ha sempre dichiarato di essere vicina a tutte le vittime, senza se e senza ma. Ha solo preso la parte della persona sopraffatta dal processo mediatico, il presunto mostro, vuole stargli vicino fino a prova contraria.

Ci sono molestie, ricatti e sopraffazioni sulle donne nel mondo del cinema?
Probabilmente sì, perché è un settore della nostra società. Così come ci sono nei giornali, negli ospedali, nei ministeri e in ogni ambiente di lavoro. Mi faccia dire una cosa però.

Dica pure.
È bene che gli scandali avvengano. Gli scandali scuotono, rivelano, creano sconquassi e rompono equilibri. Detesto la caccia all’uomo ma non più dell’insulto verso chi ha trovato il coraggio per denunciare. Non si può mai insultare una persona che ha subìto molestie.

Consapevolezza e discussione.
Esattamente. È un fatto culturale che va scardinato a poco a poco, sempre di più, fino ad estinguere la piaga. Ripeto, è una lotta di classe. È una questione che riguarda povertà e ricchezza. Se la ricchezza fosse re-distribuita ciò non avverrebbe. Siamo ad un livello storico impressionante, il gap tra chi è ricco e chi è povero è ad una distanza di 800 a 1. Il rapporto, a primi del 1900, era di 15 a 1 e nei secoli prima di 3 a 1. Bisogna fare qualcosa altrimenti esploderemo. I migranti? Saranno la nostra salvezza. L’ondata migratoria non si può arrestare, si può contenere, regolamentare, ma non si può impedire ad un popolo di migrare cercando condizioni di sopravvivenza migliori. È nella storia del mondo, nella storia dei popoli.

L’articolo di Pier Paolo Mocci è tratto da Left in edicola


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