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Un lavoro sempre più misero, sottopagato, frenetico. Che svuota letteralmente il welfare. E, se un giorno non sei dell’umore giusto, rischi il posto. Una bizzarra distopia da fiction sci-fi? No, si tratta della realtà quotidiana di molte persone, malcelata sotto una coltre di marketing e slang inglese che tentano di rendere cool una sostanziale perdita di diritti. La realtà degli autisti privati di Uber, o dei rider che recapitano pasti pronti di Foodora e di Deliveroo, che vediamo sfrecciare nelle nostre città in bici, oppure degli operatori di Amazon mechanical turk, che dal pc domestico svolgono quelle piccole operazioni in cui l’uomo dà ancora filo da torcere all’intelligenza artificiale.

«La definiscono sharing economy, economia della condivisione, ma si tratta di una impostura linguistica: il nome più adatto è gig economy, letteralmente “economia dei lavoretti”». A spiegarlo è Riccardo Staglianò, inviato de la Repubblica, prestigiosa firma del Venerdì, e autore di Lavoretti (Einaudi, 2018). «Il principio è che, quando si vogliono far passare delle cose non proprio “appetitose”, le si condiscono con un linguaggio che le renda commestibili». E, in questo caso, il boccone è difficile da mandare giù. «Il marketing terminologico serve a rendere desiderabili condizioni di vita che, nei fatti, sono decisamente peggiori di quelle precedenti: una volta il lavoro era una cosa nutriente, sufficiente per far campare la propria famiglia, ora si è trasformato in una serie di spuntini con cui è difficile saziarsi».

Ma da dove è iniziata questa deriva, fatta di lavori poveri, e sguardi fissi allo smartphone, in perenne (e ansiogena) attesa della notifica di una nuova mansione da portare a termine? «Questa – spiega Staglianò – è solo l’ultima tappa di uno sprofondamento del valore del lavoro iniziato…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola


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