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La Corte lo indaga e lui abbandona la Corte. Duterte contro la comunità internazionale, ancora una volta. «Quindi dichiaro, come presidente della Repubblica delle Filippine, che ritiriamo la nostra ratifica allo Statuto di Roma con effetto immediato». Lo ha detto ai microfoni dei giornalisti Rodrigo Duterte, in seguito a quelli che ha definito «attacchi privi di fondamento, accuse oltraggiose contro la mia persona e contro la mia amministrazione» da parte del giudice della Corte penale internazionale. Per il presidente, la Corte «viola il principio della presunzione di innocenza», e verrebbe utilizzata come «uno strumento politico contro il Paese». Le Filippine abbandonano dunque la Corte. In precedenza, solo il Burundi era uscito fuori dall’Icp; ci aveva provato anche il Sud Africa nel 2016, ma il ritiro fu revocato dalle Nazioni Unite.

L’ultima protesta contro la violenza della politica di Duterte risale solo a qualche giorno fa, quando al palazzo presidenziale a Manila, l’otto marzo, durante la Giornata internazionale della donna, migliaia di attivisti hanno marciato vestiti in rosa e viola.

Le Filippine sono la prima nazione del Sud est asiatico a finire sotto una indagine preliminare, annunciata a febbraio, dei procuratori della Corte penale. La decisione di ritirare la ratifica del 2011 dallo Statuto di Roma – quello che istituisce la Corte penale internazionale – è seguita all’accusa di crimini contro l’umanità mossa a Duterte, per le violenze commesse durante la lotta al narcotraffico nel 2016, in cui dalle quattromila alle ottomila persone, secondo i diversi dati a disposizione, hanno perso la vita per uccisioni extragiudiziali. Ma nel report che lo riguarda, lungo 77 pagine, i crimini di Duterte risalgono a ben prima della sua presidenza, fino al 1988, a trent’anni fa. All’epoca il presidente era il sindaco di Davao.

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