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Salisbury, 4 marzo, un tranquillo pomeriggio domenicale come tanti, in un affollato centro commerciale. Un uomo e una giovane donna giacciono senza dar segni di vita. Lui è Sergey Skripal, ex agente dei servizi russi, lei sua figlia Yulia. Sono stati avvelenati da una sostanza chimica e la mente va subito al caso Alexander Litvinenko, l’ex spia russa uccisa con il Polonio-210 nel 2006 sempre in Gran Bretagna. A Downing street il sospetto che si tratti di un attentato organizzato dal Fsb russo diventa, nel giro di poche ore, certezza. Inizia una crisi politica tra Londra e Mosca fatta di espulsioni di diplomatici e roventi accuse e controaccuse. Una crisi che potrebbe avere conseguenze ancora inimmaginabili e condurre al pericoloso inasprimento della nuova “guerra fredda” tra Russia e Occidente.

La stampa del Regno Unito, soprattutto quella popolare, da sempre attratta dalle “spy-story”, si getta sulla vicenda a corpo morto e vengono proposte le ipotesi più bizzarre. Ci troviamo di fronte alla vendetta dei servizi russi e ad un avvertimento a tutti gli agenti che volessero passare al “nemico”, oppure ad una montatura costruita contro il regime di Putin al fine di isolarlo ancora di più dalla comunità internazionale? Le realtà dei rapporti diplomatici e d’intelligence internazionali sono al contempo più complesse e paradossali di qualsiasi romanzo di Le Carré o di Fleming, la cui trama non è spesso apprezzata dai palati poco fini. Theresa May ostenta sicurezza: il progetto “Noviciok”, da cui sarebbe stato stato prodotto il gas nervino che ha colpito Skripal, arriva da Mosca. Ma le prove languono e i dubbi aumentano. Del resto, non fu proprio la Gran Bretagna, nel 2003, a sostenere a spada tratta la tesi americana, dimostratasi poi falsa, che in Iraq esistevano armi di distruzione di massa? Il gas nervino può essere stato prodotto in Russia, è vero, ma anche in qualsiasi altra parte del mondo.

Marya Zacharova, braccio destro del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, in una intervista alla tv Russia24 ha rivelato che «negli anni 90 un gran numero di scienziati sovietici si trasferirono in Occidente, portando con sé le tecnologie che utilizzavano e mettendole poi a servizio di altri Paesi, principalmente occidentali». Paesi che ha anche elencato: Usa, Svezia, Repubblica Ceca, Regno Unito, Slovacchia. Ipotesi fantasiosa? Non più di quella della ritorsione russa a distanza di 8 anni dallo scambio dell’ex-agente con alcune spie russe.

Con il caso Litvinenko, del resto, ci sono importanti differenze. Litvinenko in Russia era un ufficiale specializzato nella lotta alla criminalità organizzata e quando chiese asilo alla Gran Bretagna, si legò subito a Boris Berezvsky. Quest’ultimo, con l’aiuto della mafia moscovita, era diventato nell’era Eltsin uno degli oligarchi più potenti assieme al suo socio d’affari Roman Abramovich (anche lui ora residente a Londra), proprietario di un impero che andava dall’acciaio al petrolio, dal controllo della compagnia di bandiera Aeroflot a quello del primo canale televisivo russo Ort. Fu lui a favorire l’ascesa di Putin al Cremlino, creando dal nulla l’immagine pubblica del futuro presidente. Proprio con Berezovsky, caduto in disgrazia e diventato acerrimo nemico di Putin, Litvinenko pubblicò anche un libro in cui si accusavano i servizi russi e Putin di aver fatto esplodere a Mosca nel 1999 delle bombe all’interno di edifici popolari (di cui venne accusata la guerriglia cecena) che costarono la vita a oltre 300 persone. Accuse forti e mai provate come quella del resto che Romano Prodi fosse «uomo del Cremlino». Tuttavia le informazioni che si portava dietro, lo rendevano un’obiettivo plausibile del Fsb russa.

La storia di Skripal è diversa da quella di Litvinenko, essendo questi un agente del servizi dell’intelligence militare russa arruolato dal Mi6 subito dopo il crollo dell’Urss. Scoperto e finito in prigione, venne scambiato nel 2010 con alcune spie russe tra cui l’avvenente Anna Champan (nom de plume di Anna Kushchyenko) che poi tornata in patria è diventata star dei serial televisivi russi. Una volta in Gran Bretagna, Skripal aveva ormai poco da dire ai servizi inglesi: faceva la vita del pensionato mentre la figlia si muoveva liberamente tra Mosca e Londra. E allora perché ucciderlo con un’arma tanto sofisticata e alla vigilia delle elezione presidenziali in Russia? Tutto può essere plausibile, ma ogni ipotesi deve superare il test della logica.

Mary Dejevsky sull’Indipendent ha inoltre fatto recentemente notare che: «Esiste un codice d’onore che presiede da sempre gli scambi di spie. Gli agenti scambiati diventano responsabilità dei Paesi per cui spiavano e lasciati in pace dal Paese che hanno tradito. Ed è abbastanza impensabile che la Russia abbia violato questa legge non scritta… ex spie come Oleg Kalugin, il più noto degli agenti del Kgb fuggito negli Usa e Oleg Gordievsky in Gran Bretagna, hanno entrambi continuato a parlare della loro ex attività senza subire alcuna conseguenza».

A rendere ancora di più misteriosa la vicenda è arrivato il 12 marzo scorso il suicidio di Nikolay Glushkov, socio in affari di Boris Berezovsky negli anni di Eltsin ed esule, anche lui nel crocevia di Londra. Quello che lascia perplessi però è che un acerrimo nemico di Putin – al punto di dichiarare anche recentemente in un’intervista di «sentirsi in pericolo di vita» – muoia improvvisamente in circostanze drammatiche, ma Scotland Yard affermi, già il giorno successivo, e con assoluta certezza, che non ci sia alcun legame tra i due casi. Nella complessa matassa dei rapporti tra Russia e Gran Bretagna, a sorpresa, 4 giorni dopo è proprio la procura russa ad aprire un’inchiesta sul caso Glushkov, ma per omicidio. Accusati e accusatori si rovesciano in un gioco delle parti in cui diventa difficile intuire chi siano le vittime e chi i colpevoli. “Omicidio” è la stessa ipotesi che a suo tempo nelle stanze del Cremlino fecero sulla morte proprio di Berezovsky 5 anni fa: infatti la dinamica e la tecnica del suicidio dell’ex-oligarca non ha mai convinto Mosca. Anzi Putin rivelò, poco dopo la sua morte, di aver ricevuto due lettere da Berezovky in cui gli chiedeva perdono e di poter tornare a casa.

E in una intervista concessa a Komsomolskaya pravda di tre anni fa, Sergey Sokolov, il capo della scorta di Berezovsky, sostenne di essere convinto che «quello era stato un lavoro dei servizi speciali occidentali… per me è un enigma risolto. Boris Abramovich fu ucciso solo perché aveva certe informazioni segrete e stava per rivelarle. Questa non è la mia congettura. Lo so con assolta certezza». Quali potessero essere queste rivelazioni non si è mai saputo, ma ciò che è certo che l’ex-oligarca sapeva molto di molti. Sono già 12 le persone morte in circostanze misteriose dal 2004 ad oggi in Gran Bretagna che avevano una biografia che portava dritta a Mosca e ciò permette ragionevolmente di pensare la vicenda Skripal non possa essere ricondotta solo a una “spy-story”.

È stato del resto il leader laburista Jeremy Corbyn intervenendo al Parlamento inglese, a sottolineare con coraggio che Downing street per ora non ha mostrato alcuna evidenza del coinvolgimento del governo russo nel caso Skripal mentre non si può escludere che dietro l’avvelenamento dell’ex-agente ci possano essere mafie e affari sporchi del Vecchio continente degli ultimi venti, trenta anni. Una linea sostenuta anche dalla Linke tedesca di Katja Kipping volta ad evitare che «si giunga ad affrettate conclusioni e a reazioni isteriche».
In un’intervista alla Bbc Corbyn ha anche dichiarato di non approvare «il governo russo su questioni come i diritti umani, delle persone Lgbt, sulla Cecenia, su gran parte della sua politica estera. Ma significa forse che non dobbiamo parlarci? Esattamente il contrario».

Un atteggiamento da statista serio della sinistra. Il cinismo con cui Putin ha lasciato mano libera al massacro di Afrin da parte delle truppe di Erdogan, non lascia dubbi sulla figura del presidente russo. L’autoritarismo con cui governa il Paese a colpi di scioglimento di sindacati, intimidazione degli oppositori, violazione dei diritti umani e corruzione, sono anch’essi noti. Ma Putin non può diventare il capro espiatorio di tutto ciò che avviene sullo scacchiere internazionale, pena rilasciare una patente di autorevolezza e di cristallina democraticità a molti attori della politica occidentale, che proprio non la meritano.

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