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Segen era eritreo, aveva 22 anni e l’11 marzo è morto di fame poco dopo essere sbarcato nel porto di Pozzallo in Sicilia insieme ad altri 90 migranti recuperati in mare dalla nave della ong spagnola Proactiva open arms, una delle poche rimaste a soccorrere i migranti al largo delle coste della Libia. Secondo le testimonianze raccolte durante il salvataggio, il giovane in fuga dalla dittatura sanguinaria di Afewerki era stato segregato per 19 mesi in un lager libico. I medici dell’ospedale di Modica dove è stato trasportato d’urgenza non hanno potuto far nulla contro le conseguenze della malnutrizione che ne aveva compromesso irrimediabilmente lo stato psicofisico. Benoît Duclos è una guida alpina e fa parte dei volontari di Refuge solidaire, un gruppo che da mesi opera sul confine italo-francese per soccorrere i migranti che, respinti a Ventimiglia dalla polizia di Macron, provano ad entrare in Francia attraverso le Alpi piemontesi. Il 10 marzo è stato bloccato dai gendarmi in territorio francese mentre correva in auto verso un ospedale per consentire a una donna nigeriana in preda alle doglie di partorire. L’aveva soccorsa poco prima insieme ai suoi due figli di due e quattro anni mentre arrancavano in mezzo alla neve a 1900 metri di quota. Inflessibili, i poliziotti hanno impedito a Duclos di proseguire e la donna ha partorito in macchina. Il 14 marzo alla guida alpina è stato contestato il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Rischia 5 anni di carcere. Sono solo alcune tra le ultime notizie di questo tipo in un 2018 che si concluderà, il 10 dicembre prossimo, con le celebrazioni dei 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Sintomi di un fallimento sul fronte “umanitario” da parte di Paesi fondatori di quell’Europa che da sempre si proclama culla della civiltà e paladina dei diritti umani anche in nome del motto “liberté, egalité, fraternité” che ispira la Dichiarazione Onu. Un motto “rivoluzionario” che evidentemente rispetto ai migranti è stato ormai messo fra parentesi. E quanto al nostro Paese, considerando la vittoria elettorale di formazioni nazionaliste come il Movimento 5 stelle e xenofobe come la Lega di Salvini, difficilmente assisteremo a breve a una inversione di tendenza. Per cercare di capire come siamo arrivati a questo punto e per individuare delle soluzioni ci siamo rivolti a Stefano Allievi, docente di Sociologia e direttore del Master sull’Islam in Europa presso l’Università di Padova, autore di numerosi saggi sul tema, compreso l’ultimo appena uscito per Laterza, Immigrazione. Cambiare tutto.

«Partirei da una semplice osservazione. Fino al 4 marzo le discussioni politiche e le prime pagine dei giornali erano occupate ossessivamente dai problemi collegati all’immigrazione. I partiti – con in testa quelli che hanno vinto le elezioni – sono stati una fonte continua di slogan aggressivi, “soluzioni definitive” o spacciate come tali. Dal 5 marzo, invece, più nulla. L’immigrazione – prosegue Allievi – è scomparsa dai radar della politica e dall’orizzonte mediatico, nonostante le notizie, anche di rilievo, non manchino. Eppure proprio questo argomento è stato decisivo nello spostare una grande massa di voti», dal centro sinistra verso destra. Secondo lo studioso, che da decenni si occupa di migrazioni in Europa, il fatto che non se ne parli più è la prova che l’interesse «sta nel sollevare il problema, non nel trovare soluzioni». Perché «quello che succede, in realtà, è che chi più è riuscito a canalizzare le frustrazioni e le proteste, alcune anche fondate, dell’elettorato rispetto alla gestione del fenomeno migratorio, ha interesse a che il problema persista. Tanto il capro espiatorio non vota».

Negli ultimi anni la “sensibilità” degli italiani…..

L’intervista di Federico Tulli al sociologo Stefano Allievi prosegue su Left in edicola


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