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Liberi Nantes amplia il proprio campo di gioco. E le parole campo e gioco non sono certo casuali. L’associazione romana, fondatrice dell’unica squadra di calcio in Italia per migranti e richiedenti asilo (riconosciuta anche dall’Unhcr), porta vanti da più di dieci anni progetti di integrazione e inclusione legati al mondo dello sport. E nel tempo le attività si sono moltiplicate, senza contare quella che è stata la grande sfida (vinta) di rimettere in sesto e prendere in gestione lo storico campo di calcio di Pietralata, il “XXV Aprile”, teatro delle partire casalinghe del Liberi Nantes. Tutte attività rivolte però a uomini. Almeno fino ad ora. La novità riguarda infatti il progetto S(Up)port Refugees Integration, appena partito, e rivolto alle donne. A donne migranti e richiedenti silo. Un progetto che ha preso vita grazie all’assegnazione di fondi europei tramite la vittoria di un bando a tema “Azioni di inclusione attraverso lo sport”. Nel concreto, Liberi Nantes offrirà quindi a rifugiate, migranti, richiedenti asilo o vittime di tortura accesso gratuito allo sport non agonistico, facendo attività come atletica leggera, ginnastica, touch rugby escursionismo e calcio. Anche queste, tutte discipline già portate avanti dall’associazione, ma prima d’ora solo con gli uomini.

«Il giudizio da parte della Commissione del bando è stato lusinghiero soprattutto perché ci siamo rivolti ad un target complicato come le donne migranti e richiedenti asilo» racconta il presidente di Liberi Nantes, Alberto Urbinati. E che il target fosse complicato a Liberi Nantes lo sapevano bene, visto che già in passato avevano provato a guardare a questa tipologia di donne con progetti analoghi, senza però riuscire nell’obiettivo. Per ragioni numeriche (le migranti e richiedenti asilo sono molte meno rispetto agli uomini), economiche (mancavano fondi, che ora invece ci sono) ma soprattutto culturali. «Queste donne – prosegue Urbinati – sono abituate nella migliore delle ipotesi a stare a casa, fare figli, non contraddire mai l’uomo. Il fatto di dire loro “se vuoi puoi metterti le scarpe e giocare” è rivoluzionario, va al di là di come si percepiscono loro stesse”. Ed è proprio il cercare di superare la loro dimensione di partenza uno degli obiettivi del progetto. «Vogliamo scardinare un po’ di limiti che loro stesse ereditano al netto di alcune difficoltà oggettive. Spesso queste donne hanno bambini da giovanissime, ma anche qui cerchiamo di fare il massimo per agevolarle, con un servizio di baby sitting. Perché non è detto che se sei mamma non puoi andare, volendo, a farti una corsa. Prima di essere mamma o donna sei una persona e hai diritto ai tuoi spazi di libertà».

Gli obiettivi dietro al progetto sono molteplici, il più importante dei quali si lega proprio allo “strumento” con il quale si fa sport: il corpo. «Lavorare sul corpo è molto importante ancora di più per questa tipologia di donne, che magari hanno subito violenza» osserva il presidente di Liberi Nantes. «Tornare ad appropriarsi del proprio corpo per divertirsi, vederlo come capace di giocare e stare insieme ad altre persone e non solo come un corpo che è stato vittima di abusi per noi è fondamentale. Vogliamo indirizzare il lavoro in questo senso sperando che ciò favorisca un percorso di recupero psicofisico». Un percorso non semplice, ma tutto lo staff di Liberi Nantes ne è consapevole. «Abbiamo una squadra di istruttori sensibilizzata sul tema. Sappiamo che il corpo di queste donne va trattato in un certo modo, ci vuole attenzione anche nell’approccio fisico. Ci sono barriere psicologiche e culturali da superare. È ovvio poi che ci dovrà essere un supporto psicologico per donne che magari sono state vittime di tortura, ma questo non sta a noi farlo. Quello che invece vogliamo fare è provare a ridare loro una dimensione di leggerezza attraverso l’aspetto del gioco, per noi elemento essenziale, riconosciuto anche come diritto fondamentale dell’uomo dall’Unesco». Recupero quindi di una dimensione di leggerezza ma anche di normalità. «Uno degli obiettivi è quello di restituire a queste donne uno spazio di normalità, cosa che magari non prenderebbero neanche in considerazione. Il tutto non solo con la pratica sportiva, ma anche con attività come le escursioni. Porteremo infatti le ragazze in giro per Roma, per i parchi e i monumenti della città, anche per farle uscire dai loro soliti percorsi fatti di scuola, prefettura, rientro nei centri».

Un progetto, quello di Liberi Nantes, che la stessa associazione vive però in maniera consapevole, anche di quello che è il loro perimetro di gioco e delle loro possibilità. «Grazie alla nostra attività decennale conosciamo i benefici dello sport a livello fisico e psicologico, ma – chiarisce Urbinati – sappiamo anche che non sarà certo questo a risolvere i problemi, tantissimi, di queste persone. Quello che speriamo è che queste attività possano essere un input, un seme con il quale queste donne potranno coltivare qualcosa. Siamo consapevoli che non saremo certo solo noi a poter determinare un cambiamento in meglio, ma sappiamo anche che nel corso di questi 10 anni non sono mancate testimonianze di operatori dei centri che ci hanno detto di come, dopo esperienze simili, alcuni ragazzi erano trasformati, erano più socievoli».

Allo stato attuale il progetto ha ricevuto una quarantina di adesioni (su un numero di beneficiarie previsto di circa 100), raccolte da Liberi Nantes facendo girare il tutto nei centri d’accoglienza (con contatti diretti di operatori e operatrici conosciuti dall’associazione), Sprar e associazioni che lavorano con donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo. Ospitate a Roma e Provincia. Ora bisognerà coinvolgere quelle donne. «Il primo passo sarà quello di conquistare la loro fiducia» – spiega il presidente di Liberi Nantes. «Queste 40 adesioni sono arrivate da parte di donne che i vari centri o associazioni ci hanno detto essere interessate. Ora bisogna concretizzare la cosa. Andremo nelle varie strutture a fare dimostrazioni, far giocare le ragazze e coinvolgerle il più possibile. Per trasformare quelle adesioni in reale partecipazione». Nella pratica, dopo questa prima fase di reclutamento, il progetto partirà a breve con una cadenza di due allenamenti a settimana, prevalentemente al campo XXV Aprile, riguardo il calcio, l’atletica, la ginnastica e la danza terapia. Una volta al mese invece toccherà alle escursioni. Un’attività ambiziosa, per la quale lo stesso Urbinati è consapevole dei rischi. «Siamo alla fase iniziale di un progetto pilota consapevoli che potrebbe fallire. Che magari non tutte le donne porteranno avanti la cosa nel corso dei mesi, anche perché il tempo nel quale noi le vedremo è limitato. Una volta uscite dal campo, finita l’escursione, torneranno alla loro vita. Per noi però è una sfida». Una sfida che sarà anche materia di studio. All’interno del progetto è prevista infatti un’attività di documentazione realizzata grazie alla collaborazione con la cooperativa sociale IndieWatch, finalizzata alla produzione di materiali in italiano e inglese su tutto il percorso del progetto, per poter mettere al servizio di tutti l’esperienza, “così da capire e studiare quanto fatto”, precisa Alberto. Una sfida che però parte con idee e obiettivi chiari e precisi, condensati al meglio nel nome del progetto: S(Up)port Refugees Integration. «Abbiamo voluto giocare sulle parole sport e support – conclude il presidente di Liberi Nantes – mettendo l’Up tra parentesi che per noi sta a significare l’alzarsi. Ovvero lo stare in piedi sulle proprie gambe, magari più forti a fine percorso, che consentiranno così a tutte di affrontare meglio il mondo che le circonda». Gambe più forti, per andare anche più lontano.

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