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Abbiamo raggiunto il pieno controllo della regione di Afrin. Continuiamo le operazioni per scovare mine ed esplosivi. L’obiettivo è permettere alla popolazione locale di tornare a casa». È di poche parole la fonte militare che domenica 25 marzo ha annunciato alla stampa il raggiungimento del primo obiettivo dell’offensiva turca “Ramo d’ulivo”, iniziata lo scorso 20 gennaio. La conquista del cantone di Afrin, nel nord della Siria, è infatti solo la prima tappa di un disegno ben più ampio da parte della Turchia. Il “sultano” Erdogan non ne fa alcun tipo di mistero: a Trebisonda, sul mar Nero, ha annunciato alcuni giorni fa che «a breve» le sue forze armate riprenderanno possesso della cittadina curdo-siriana di Tel Rifaat. Il pretesto ufficiale è sempre lo stesso: la Turchia combatterà i «terroristi» (leggi “i curdi del Rojava e del Pkk”) sia «in casa che all’estero». «Entreremo anche a Sinjar» (in Iraq, nda), ha poi aggiunto, tranquillizzando però subito Baghdad: «Non siamo uno Stato occupante». Ma prima di spingersi così ad Est, bisogna risolvere la complicata partita a Manbij. I grattacapi per Ankara non sono pochi: a differenza della vicina Afrin, qui sono presenti oltre duemila militari Usa alleati dei curdi.

L’amministrazione Trump, finora complice spettatrice dell’offensiva turca, si trova di fronte ad un complicato dilemma: mettersi contro il partner della Nato impedendogli di avanzare o, tradire nuovamente i curdi, gli alleati di comodo per combattere boots on the ground lo pseudo califfato dell’Isis? Qualunque sia la risposta, a battere cassa è la Russia. Putin sa bene che un’opposizione statunitense all’avanzata turca spingerebbe Ankara sempre di più nelle sue mani. Ma, d’altro canto, se Trump restasse indifferente al destino del Rojava, gli Usa uscirebbero definitivamente di scena dalla questione siriana perché l’attore curdo è stato fondamentale nei successi sul terreno della coalizione internazionale anti-Is. Erdogan alza la voce, ma sa bene che la sua presenza in Siria dipende dal patto segreto firmato con Mosca. Il Cremlino, nei fatti, ha dato luce verde ai turchi per “Ramo d’ulivo” e non ha mostrato alcuna opposizione alla volontà di Ankara di porre fine all’amministrazione curda nel Rojava e di creare al suo posto una «safe zone» lungo il confine in cui sistemare gran parte dei rifugiati siriani presenti in Turchia (circa 3,5 milioni). Per i russi, l’ok dato a Erdogan sarebbe una punizione per l’alleanza dei curdi siriani del Pyd con gli Stati Uniti in chiave anti-Is. «Il sostegno russo alla Turchia – ha scritto David Barchard su Middle East eye – può essere anche sufficiente per smantellare l’alleanza militare che lega da sette decenni gli statunitensi con i turchi e creare al suo posto una partnership strategica turco-russa. Ciò rappresenterebbe una grande perdita per l’Occidente e un premio per Mosca». Il ruolo giocato dalla Russia su Afrin è dimostrato anche dall’atteggiamento del…

L’inchiesta di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola


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