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Ci sono voluti una decina di anni perché il regista haitiano Raoul Peck portasse a compimento il suo film sul giovane Marx. Dal 2008, la stampa tedesca aveva dato qualche notizia sulle ricerche condotte dall’artista, poi più nulla. Non abbiamo idea di quali siano stati i motivi di tale latenza, fatto sta che Il giovane Karl Marx arriva nelle sale italiane in un momento topico: a duecento anni dalla nascita del filosofo di Treviri e nel bel mezzo di una crisi epocale attraversata dalla sinistra, nostrana ed europea. Si sa, gli artisti hanno spesso il fiuto dei cani e vanno a rappresentare esigenze e idee che altrimenti resterebbero nascoste e inespresse.

Del giovane Marx non si sentiva parlare nel nostro Paese dalla fine dell’Ottocento, quando Croce e Gentile si scrivevano nel loro epistolario, e poi dagli anni Sessanta del Novecento, quando il Sessantotto pretendeva di ricollocare al centro l’uomo, al posto del mercato e delle istituzioni. Poi, con l’ondata strutturalista francese, il Capitale ha avuto la meglio sulla produzione giovanile del filosofo di Treviri e lo studio dei modi di produzione ha prevalso sulla ricerca di un «uomo nuovo» non alienato e non scisso tra cittadino e borghese. Soltanto lo psichiatra Massimo Fagioli, nei suoi testi fondamentali, in particolare in Bambino donna e trasformazione dell’uomo (1980), ha continuato a ricordare l’essenzialità della fase giovanile marxiana, individuando una frattura profonda nel pensiero dell’autore già nel 1837, quando, alla sola età di 19 anni, Marx scrive al padre una lettera intensa per spiegargli che avrebbe lasciato per sempre la via del diritto e seguito la sua amata strada della filosofia.

«Ci sono momenti della vita, che si piantano come regioni di confine davanti ad un tempo trascorso, ma al tempo stesso indicano con precisione una direzione nuova», scrive da Berlino il giovane studente, in piena crisi esistenziale. Marx infatti non dorme più, ha profondi stati di ansia, perché da un lato non riesce a portare avanti i suoi studi di diritto, dall’altro sente che la tensione verso la filosofia lo allontana dall’arte della poesia, verso cui ha nutrito fino ad ora velleità di scrittore. Ma c’è di più: in quel 1837 la frattura con gli amici “giovani hegeliani” si è ormai consumata, così come col venerando Hegel, che gli appare come un filosofo astratto che mistifica la realtà dietro allo Spirito razionale. «Avevo letto dei brani della filosofia di Hegel, ma non trovavo alcuna attrattiva in questo barocco canto di sirene. Ancora una volta volli immergermi nel mare, ma con la ferma intenzione di trovare la natura spirituale altrettanto necessaria, concreta e solidamente fondata quanto la natura fisica, di non esercitare più l’arte della finzione, ma di portare la pura perla alla luce del sole».

Dobbiamo a Fagioli l’evidenziazione di questo passo da lui interpretato come il tentativo assolutamente straordinario e coraggioso del giovane filosofo di superare l’astrattismo idealista – che riduceva la realtà alla sola Idea – e la grettezza positivista – che parlava soltanto di fatti concreti e misurabili – attraverso una ricerca che fosse in grado di fare emergere «la perla delle perle», vale a dire una realtà «spirituale altrettanto necessaria, concreta e solidamente fondata quanto la natura fisica». Come a dire che il giovane autore aveva intuito, a soli 19 anni, che la realtà materiale senza realizzazione psichica non è niente.

Marx giunge a Berlino un anno prima della lettera, nel 1836, in un clima di grande fermento culturale che vede già affermata la divisione dei giovani discepoli hegeliani in destra e sinistra (Hegel era morto nel 1830). E Marx si colloca subito a sinistra frequentando i radicali berlinesi del Club dei dottori diventando amico di Bruno Bauer, contro cui poi scriverà la Sacra famiglia (1845). Nel 1841 Marx si laurea con una tesi su Democrito ed Epicuro elogiando una filosofia decisa a liberarsi delle paure degli dèi e delle superstizioni religiose, per un libero sviluppo dello spirito umano. In un articolo sulla Gazzetta di Colonia del 1842, Marx scrive: «…la filosofia tedesca, ha un’inclinazione alla solitudine, all’isolamento sistematico, all’imperturbata auto-contemplazione (…) Ma…la filosofia non abita fuori del mondo così come il cervello non sta fuori dell’uomo per il solo fatto che non sta nello stomaco».

È adesso che Marx incontra il pensiero di Feuerbach che gli restituisce concretezza attraverso uno studio dell’uomo «in carne e ossa» e attraverso la critica dell’alienazione religiosa. All’amore per Dio occorre sostituire l’amore per gli uomini. Il giovane filosofo non affonda le radici del proprio sistema nell’economia, ma nella politica per l’instaurazione di una democrazia assoluta. Dietro ha ancora Rousseau, Feuerbach e la Rivoluzione francese, ma ancora per poco. Ben presto infatti anche l’emancipazione politica gli appare inadeguata e nella Questione ebraica (1843) Marx mostra una scissione drammatica all’interno dell’uomo che si è emancipato soltanto politicamente: la scissione tra borghese e cittadino. La Rivoluzione francese infatti ha sancito l’uguaglianza formale fra gli uomini (come cittadini), ma questi continuano a essere ancora profondamente diseguali (come borghesi).

È con i Manoscritti economico-filosofici (1844) che Marx pretende di descrivere la vera liberazione dell’uomo: non più solo politica, ma economico-sociale. Gli uomini saranno davvero uguali quando verrà abbattuta la proprietà privata, il perno su cui si fonda il capitalismo e la distinzione tra operai e padroni. Nel 1845 Marx ha 27 anni, e quei suoi 19 anni, segnati dal tentativo di superare la Scilla e Cariddi di materialismo e idealismo e dall’influenza di Feuerbach, che gli aveva insegnato che prima di tutto l’uomo deve combattere l’alienazione religiosa, sono ormai alle spalle e lontanissimi. Per paura di cadere nelle braccia del nemico idealista, il Marx maturo perde di vista il pericolo positivista e idealizza la materia; la critica di Feuerbach gli appare adesso monca e unilaterale, in quanto non considera la capacità attiva dell’uomo con cui modifica il reale. «…I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta prima di mutarlo». Modificando il mondo e le strutture economiche, Marx pretende di modificare gli uomini.

È proprio nel 1845 (con L’ideologia tedesca) che la critica, infatti, chiude la fase giovanile marxiana. Egli ha perso definitivamente quello slancio che lo faceva tuffare nel mare «alla ricerca della perla delle perle». L’uguaglianza diventa così l’uguaglianza della soddisfazione dei bisogni materiali e la rivoluzione coincide con la mera trasformazione della struttura economica. Oggi, nel 2018, possiamo dire che la lotta alle disuguaglianze combattuta soltanto sul piano materiale ha perso sia sul versante comunista che su quello liberista: le disuguaglianze fra gli esseri umani sono ancora enormi e pochissimi detengono la maggior parte delle ricchezze mondiali. Ma, proprio perché le due grandi alternative nella storia hanno fallito, è divenuta necessaria una nuova concezione dell’uomo che non lo riduca né a puro spirito né a mero robot, ma lo veda come unione di corpo e psiche, perché le vere trasformazioni si fanno con la realtà psichica degli uomini rendendoli liberi dall’alienazione religiosa e dalla sudditanza alle idee false sulla realtà umana.

Ripartiamo dai 19 anni di Marx e da quell’intuizione geniale perché, se il comunismo marxista è fallito, resta ancora oltremodo necessaria una forza culturale e politica che risponda alle esigenze di cambiamento e di emancipazione degli esseri umani.

L’articolo di Elisabetta Amalfitano è stato pubblicato su Left n. 13, del 30 marzo 2018


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