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Come rifondare la politica attraverso il principio dell’uguaglianza e restituire «frammenti di sovranità» alle persone ormai private dei diritti sociali? È il nodo cruciale del momento, il terreno in cui la sinistra – o quel che rimane – ha miseramente fallito. A queste domande offre riflessioni sul filo del diritto il giurista Luigi Ferrajoli nel suo Manifesto per l’uguaglianza (Laterza). Di questi temi parlerà il 5 aprile a Roma in un incontro su “La sinistra, la politica e le elezioni” con Luciana Castellina e Giulio Marcon e il 12 aprile con Francesca Re David, segretaria Fiom Cgil alla sede della Cgil.

Professor Ferrajoli come abbiamo raccontato nell’ultimo numero di Left, nonostante documenti internazionali e costituzioni sanciscano i diritti fondamentali dell’uomo questi non vengono attuati e le diseguaglianze non sono mai state così forti come adesso. Che cosa non ha funzionato?
Non ha funzionato la politica. I diritti fondamentali sono norme. Essi richiedono leggi di attuazione, cioè l’introduzione, ad opera della legislazione e perciò della politica, delle loro garanzie, cioè dei doveri ad essi corrispondenti. Non basta formulare in una costituzione il diritto alla salute o all’istruzione perché tali diritti siano effettivamente garantiti. A questi diritti corrisponde l’obbligo di attuarli con leggi istitutive del servizio sanitario e della scuola pubblica, l’uno e l’altra di carattere universale e gratuito. È quanto è accaduto in Italia e in gran parte dei Paesi europei nei primi 30 anni dopo il 1945, con la costruzione dello Stato sociale e del diritto del lavoro. In questi ultimi venti anni la politica ha invece compiuto il processo opposto: la demolizione del diritto del lavoro con la precarizzazione dei rapporti di lavoro e la riduzione dello Stato sociale con i tagli alle spese destinate alla salute e alla scuola pubblica. Al punto che oggi, a causa dei ticket – che tra l’altro coprono soltanto 4 o 5 miliardi sui 110 dell’intera spesa sanitaria – 11 milioni di persone, in Italia, hanno rinunciato alle cure.

E a livello internazionale?
È accaduto di molto peggio. Il diritto internazionale è pieno di patti, dichiarazioni e di carte dei diritti umani che anch’esse, se prese sul serio, imporrebbero alla comunità internazionale la loro attuazione tramite l’introduzione delle relative garanzie. E invece poco o nulla è stato fatto. La disuguaglianza e la povertà sono cresciute in maniera esponenziale, al punto che le 8 persone più ricche del mondo hanno la stessa ricchezza della metà più povera (3 miliardi e mezzo) dell’intera popolazione mondiale, e milioni di persone muoiono ogni anno per mancanza di acqua potabile, di alimentazione di base e di farmaci salva-vita. Eppure basterebbe pochissimo per ridurre questa tragedia. È stato calcolato che l’1,13 per cento del Pil mondiale – circa 500 miliardi di dollari l’anno, molto meno del bilancio annuale della difesa dei soli Stati Uniti – farebbe uscire dalla miseria più di tre miliardi di persone.
Dopo la vittoria elettorale di forze euroscettiche come M5s e Lega, quale scenario vede per l’Europa?
L’Unione europea è stata una delle più grandi conquiste del secolo scorso. Il problema non è uscirne o distruggerla ma riformarla. Speriamo che grillini e Lega, una volta assunte le responsabilità di governo, abbandonino la demagogia che li caratterizza. Adesso l’architettura istituzionale dell’Ue è assolutamente irrazionale. I padri costituenti dell’Unione pensavano che alla creazione del mercato comune e poi di una moneta unica avrebbero fatto seguito l’istituzione di un governo politico dell’economia e la costruzione di una vera federazione europea. Ma questo non è avvenuto. Ne è risultato un sistema politico assurdo. Gli organi comunitari sono dotati di enormi poteri, che producono decisioni immediatamente vincolanti per i Paesi membri senza bisogno di ratifiche parlamentari. Sul piano giuridico, quindi, l’Europa è già una federazione. Ma non lo è sul piano politico.
I poteri selvaggi dei mercati hanno creato le diseguaglianze responsabili della violazione dei diritti umani. È possibile una “sfera pubblica globale” con funzione di controllo delle politiche statali sulla garanzia di uguaglianza?
È la sola alternativa realistica a un futuro di catastrofi: alla crescita esponenziale della disuguaglianza e della povertà, alla distruzione dell’ambiente e della stessa abitabilità del pianeta, allo sviluppo della criminalità, dei terrorismi e delle guerre. Dobbiamo acquistare la consapevolezza che l’odierno assetto istituzionale della globalizzazione non è, nei tempi lunghi, sostenibile. È una globalizzazione dell’economia e della finanza e non anche della politica, del diritto e dei diritti. Il risultato è la dislocazione a livello globale dei poteri economici e finanziari i quali, non più sottoposti alle sfere pubbliche nazionali e in assenza di una sfera pubblica globale, si sono trasformati negli odierni sovrani assoluti, impersonali, invisibili, irresponsabili, che hanno assoggettato la politica ai loro interessi. Ciò che oggi occorrerebbe sarebbe invece una politica interna del mondo, in grado di imporre limiti e vincoli ai mercati selvaggi e di attuare le tante carte dei diritti che affollano il nostro ordinamento internazionale. Non si tratta di un’utopia, ma al contrario della sola alternativa realistica a un futuro catastrofico. L’ipotesi più irrealistica è infatti che la realtà, in assenza di una sfera pubblica globale e di un costituzionalismo sovranazionale, possa rimanere come è e che la corsa del mondo verso lo sviluppo insostenibile possa a lungo continuare senza concludersi nell’auto-distruzione.
Venendo all’Italia e alla sinistra, e al centrosinistra, e alla sconfitta del 4 marzo, si può dire che questa è stata causata dal non aver difeso il progetto di uguaglianza contenuto nella Costituzione?
È così. La cosiddetta “sinistra” ha fatto in questi anni politiche di destra. Esattamente l’opposto del compito prescritto dall’articolo 3 della Costituzione: non la rimozione ma la promozione delle disuguaglianze. In questi ultimi cinque anni il numero delle persone in condizioni di povertà assoluta è raddoppiato e le garanzie dei diritti sociali e del lavoro sono state pesantemente manomesse. Di qui il crollo della rappresentatività della sinistra e il successo dei populismi, che è sempre l’effetto del fallimento della politica.
Come si può rifondare la politica dal principio di uguaglianza? Dopo il voto del 4 marzo lei intravede questa possibilità?
Ovviamente l’uguaglianza forma il presupposto della democrazia in entrambe le sue dimensioni: quella formale, espressa dalla rappresentanza politica di tutti, e quella sostanziale, ossia della garanzia dei diritti fondamentali, che parimenti sono diritti di tutti. Ma l’uguaglianza non è solo il progetto disegnato dalla Costituzione e perciò imposto alle politiche dall’alto. Essa è anche la condizione delle solidarietà collettive e della formazione di soggetti sociali – come era il vecchio movimento operaio – accomunati dall’uguaglianza nelle condizioni di vita e perciò dalle lotte contro le disuguaglianze. Oggi si è invece capovolta la direzione della vecchia lotta di classe, sostituita da conflitti identitari, che mettono i penultimi contro gli ultimi, i poveri contro i poverissimi, i cittadini contro i migranti, trasformati in nemici contro cui scaricare la rabbia e la disperazione generate dai fallimenti della politica.
Veniamo infine alla violazione più palese dei diritti umani, quella ai danni dei migranti. Lei definisce i provvedimenti in Italia, dalla Bossi-Fini fino ai decreti Minniti-Orlando, le “odierne leggi razziali”, dopo quelle del 1938. E definisce i migranti nuovo soggetto costituente. Perché?
Le politiche italiane e più ancora quelle europee contro l’immigrazione sono una vergogna. Stanno cambiando l’identità del nostro Paese e dell’Europa, che non sono più l’Italia e l’Europa dei diritti e dell’uguaglianza, ma l’Italia e l’Europa dell’esclusione, dei muri e dei fili spinati. Ho chiamato “razziali” le leggi contro i migranti perché esse hanno riesumato la figura della “persona illegale”, discriminata ed esclusa per ragioni di nascita e di identità personale. E a proposito del popolo dei migranti ho parlato di “popolo costituente” perché esso esibisce tutte le nostre contraddizioni rappresentate, in primo luogo, dalla fuga di milioni di persone dalle guerre, dalla fame e dalla miseria causate dalle nostre politiche, che saranno costrette ad affrontarne le cause soltanto quando la pressione degli esclusi alle nostre frontiere diventerà irresistibile. E in secondo luogo, dal carattere meticcio, oltre che oppresso, del popolo dei migranti, il quale, con le sue differenze culturali, religiose e linguistiche, prefigura l’identità meticcia e democratica dell’umanità futura, basata sull’uguaglianza delle differenze promessa dalle nostre costituzioni, cioè sull’integrazione e sulla convivenza pacifica di tutti gli esseri umani.

L’intervista di Donatella Coccoli a Luigi Ferrajoli è uscita su Left del 30 marzo 2018 


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