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Da quando il 13 marzo del 2013 Jorge Mario Bergoglio è diventato papa Francesco, subentrando a Joseph Ratzinger aka Benedetto XVI, lo sguardo dei media italiani è rimasto fisso sulla presunta opera riformatrice del gesuita argentino. Trasmettendo un messaggio parziale e alterato – della presunta opera di ammodernamento della Chiesa e di rottura con il passato che Bergoglio starebbe portando avanti – anche attraverso la continua pubblicazione di immagini che raccontano un papa in qualche modo più umano rispetto al suo algido predecessore, “semplice”, “diretto”, vicino ai suoi fedeli. Ovviamente le strette di mano, le carezze ai neonati, i selfie, le passeggiate nella folla, la valigetta in simil pelle, il viaggio in utilitaria e così via, tutto è costruito a tavolino. E il regista di questa operazione è proprio lui, il papa-parroco. Avvicinandosi alla gente sin dal famoso «buonasera» dal balconcino di piazza S. Pietro, Bergoglio è il primo e unico pontefice ad aver compiuto gesti finalizzati a rendere la sua figura più accessibile per veicolare un’idea di Chiesa di nuovo degna della fiducia pesantemente compromessa dalle responsabilità nei casi di pedofilia e negli scandali finanziari che hanno segnato la fine del pontificato di Ratzinger. Questo almeno nelle sue intenzioni, che poi papa Francesco sia effettivamente riuscito a tamponare l’emorragia di credenti o ad attirarne di nuovi è un altro paio di maniche. 

Un significativo campanello di allarme – dal punto di vista della Chiesa di Roma – risuona dando un’occhiata a un’interessante ricerca dal titolo Europe’s young adults and religion, condotta tra il 2014 e il 2016 da Stephen Bullivant, professore di teologia e di sociologia della religione presso la St. Mary’s University di Londra, e pubblicata sul quotidiano britannico The Guardian. Lo studio, focalizzato sui giovani di età compresa tra 16 e 29 anni in 21 Paesi del centro-nord Europa storicamente a tradizione cristiana, mostra come l’ateismo e il disinteresse totale nei confronti della religione sia prevalente nel campione osservato da Bullivant.

Entrando nel dettaglio, in 12 Paesi gli adolescenti e i giovani adulti non credenti risultano la maggioranza e in Repubblica ceca sono addirittura il 91%, in Estonia l’80% e in Svezia il 75%. In primo piano, in questa speciale fotografia che parla di un’Europa in marcia veloce verso una società post-cristiana, troviamo anche la Gran Bretagna (70% dei giovani sono non credenti) e la Francia (64%). Agli antipodi ci sono la Polonia (17%) e la Lituania (25%).

Secondo Bullivant, la tendenza è destinata ad acuirsi nei prossimi anni: «L’adesione “automatica” al cristianesimo, in Europa, è probabilmente cessata per sempre, o almeno per i prossimi 100 anni. L’identità culturale religiosa non viene più trasmessa dai genitori ai figli. Costoro semplicemente la ignorano. Anche se sono battezzati, molti di loro non varcheranno mai la soglia di una chiesa». Già oggi, stando alla ricerca, il 70% dei giovani cechi e il 60% degli spagnoli, olandesi, britannici e belgi ha dichiarato di non averlo mai fatto né intende farlo. Soltanto in Polonia, in Portogallo e in Irlanda più del 10% dei giovani dichiara di seguire le funzioni almeno una volta alla settimana. Tra i cattolici belgi lo fa solo il 2%, in Ungheria il 3%, in Germania il 6% e in Francia il 7%. Tra chi si è definito cattolico ci sono comunque grandi differenze nel livello dell’impegno. Oltre l’80% dei giovani polacchi si dichiara cattolico e il 47% frequenta la messa almeno un volta la settimana. In Lituania, dove il 70% di giovani adulti si dichiara cattolico, varca abitualmente la soglia di una chiesa solo il 5%. «Entro 20 o 30 anni, le chiese tradizionali saranno sempre più piccole, ma le poche rimaste saranno fortemente impegnate» osserva Bullivant.

Da segnalare il caso del Regno Unito (dove il 59% dei giovani non frequenta mai funzioni religiose), in cui solo il 7% dei giovani intervistati si definisce anglicano, e meno del 10% si caratterizza come cattolico. I giovani musulmani sono il 6%, stanno quindi per raggiungere i coetanei che si considerano membri della Chiesa ufficiale del Paese. I dati in parte si spiegano con l’immigrazione. «Un cattolico su cinque non è nato nel Regno Unito ed è noto che la natalità dei musulmani è maggiore rispetto al resto della popolazione. Inoltre l’Islam ha un tasso di appartenenza religiosa molto più alto della media degli altri monoteismi».

E l’Italia? I nostri giovani non sono tra quelli monitorati in Europe’s young adults and religion ma, scorrendo alcuni dati Istat sul tema dell’appartenenza religiosa, risultano sostanzialmente in sintonia con buona parte dei loro coetanei. Almeno per quanto riguarda la tendenza a partecipare alle funzioni religiose cattoliche si posizionerebbero a metà classifica e puntano verso le posizioni immediatamente a ridosso del vertice in quanto la messa li attira sempre meno. Nel 2014 il 19,8% dei giovani 14-24 anni andava in chiesa almeno una volta alla settimana, nel 2015 sono stati il 17,5% e nel 2016 il 16,7%; di contro, nello stesso lasso di tempo preso in esame, rispettivamente il 26,9% (2014), il 29,4% (2015) e il 30,3% (2016), non lo ha mai fatto. Considerando che stiamo parlando del periodo centrale del pontificato di Bergoglio nel Paese “epicentro” del cristianesimo, anche in Italia non c’è un gran risultato per il papa che viene dalla «fine di mondo» per rivoluzionare la Chiesa e per la grancassa mediatica che ne propaganda le gesta.

L’articolo di Federico Tulli è tratto da Left in edicola


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