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La «democrazia illiberale» – così è stata definita dal suo premier – è al voto. Domenica 8 aprile le urne ungheresi verranno aperte. Il difensore dell’«Europa cristiana e bianca», il nemico dei burocrati di Bruxelles e dell’integrazione, Viktor Orban, verrà con tutta probabilità riconfermato per il suo terzo mandato. Diventerà di nuovo primo ministro d’Ungheria, ma è già il leader di tutta quella “Nuova Europa orientale” che vira a destra, e non solo del suo Paese.

«Non vogliamo che il nostro colore si mischi con altri, non permetteremo ad un solo migrante irregolare di entrare in Ungheria» ha detto Orban a degli ufficiali a Veszprem, lo scorso 8 febbraio. Sono parole che hanno scatenato l’ira di Zeid Ra’ad al-Hussein, Alto commissario diritti umani Unhcr, che ha definito il premier «xenofobo e razzista», fomentatore di odio, «una forza combustibile, ma che non vincerà in Europa, non oggi». La risposta è arrivata dal ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjarto, secondo cui al-Hussein è «capo di un organo estremista pro migranti» e dovrebbe dimettersi. «Il cristianesimo», è tornato poi a ribadire il premier, «è l’ultima speranza per salvare l’Europa».

Un’Europa a cui l’Ungheria non vuole assomigliare. Braccio destro di Orban, a capo dello staff presidenziale, ufficialmente «ministro dell’Ufficio del primo ministro», Janos Lazar ha appena vinto la sua diatriba con Facebook: ha recentemente postato un video sui «cristiani bianchi spariti da alcuni quartieri di Vienna». Nelle immagini vengono mostrate donne velate, uomini di colore per le strade. Lazar dice agli spettatori che è «quello che presto potrebbe accadere in Ungheria». In bilico tra hate speech e libertà d’espressione, Facebook ha deciso di rimuovere il video, ma poi lo ha reso di nuovo visibile.

I bersagli della campagna del premier e dei suoi ministri sono i soliti, vecchi nemici: l’Unione Europea, i migranti, le ong, George Soros. «Ci sono due strade: quella del governo nazionale, e non diventeremo un Paese per migranti, e quella delle persone di George Soros, e l’Ungheria diventerà un Paese per migranti», ha scandito più volte il premier, che da ragazzo usufruì delle borse di studio della Open society, la fondazione del magnate ebreo. Soros nei manifesti elettorali del partito di Orban, Fidezs, abbraccia in fotomontaggio gli avversari politici del primo ministro: tutti insieme, cesoie alla mano, tagliano la recinzione del confine ungherese. Orban ha già vinto, parlando dai microfoni dei palchi, da sud e nord del Paese, di migranti ad un paese senza migranti, riuscendo a distogliere l’attenzione dalla foschia degli scandali che, sempre più fitta, avvolge la sua cerchia.

L’Ungheria è nel mirino dell’Olaf, “Office européen de lutte antifraude”, ufficio anti-frode europeo, per alcuni dei 35 progetti che hanno ricevuto miliardi di finanziamenti dall’Unione europea. Di questi 35, 17 contratti dal 2013 al 2015 sono finiti alla Elios innovativ zrt, società che aveva tra i suoi proprietari Istvan Tiborcz, marito della figlia di Orban, Rahel, sposata nel 2013. L’ufficio rivuole indietro il 4 per cento dei soldi stanziati dal 2012 al 2015, perché, riferisce l’Olaf, si tratta di soldi «frodati o mal spesi», casi di «collusione, sospetti di conflitto di interessi, progetti dai costi gonfiati». L’ufficio ha chiesto alle autorità ungheresi di agire contro le «serie irregolarità» della società, ma sono scandali che finiscono poco sui giornali e in tv a Budapest e dintorni.

Lontano dalla Capitale, l’acqua è dolce al lago di Balaton, ma le informazioni che arrivano dal “mare magiaro” ad ovest del Paese e dall’inchiesta Reuters sono salate. I resort che sorgono a Keszthely, dove andavano a riposarsi gli apparatchiks comunisti e sovietici fino al 1989, ora sono zona d’investimento per favorire la crescita del turismo, ma chi capitalizza profitti sono gli Orbans. A marzo è nata la governativa Mtu, agenzia del turismo ungherese, un’entità creata per decreto, per implementare programmi e progetti, anche quelli finanziati dai soldi europei. A capo c’è il ceo Zoltan Guller, la sua consigliera sulla strategia di marketing è la figlia di Orban, Rahel. I miliardi che il governo ungherese ha stanziato per il turismo entro il 2030 sono 3: di questi, 1,4 finiranno a Balaton, ha annunciato Budapest. I soldi arrivano dalle tasse dei cittadini e per il 40% dai finanziamenti Ue, ma le mani sulle proprietà nella zona del lago sono dell’amico d’infanzia di Orban, Lorinc Meszaros, e del marito di Rahel Orban, il genero del premier, che ha diritto a metà dei profitti del resort più grande della zona.

Non solo. Il ministro senza portfolio, politico di Fidezs, Lajos Kosa, è l’ultimo uomo al centro dell’ennesimo scandalo ungherese. Sarebbe lui la chiave di volta di uno schema per il riciclaggio massivo di denaro sporco. Lo scoop è del giornale Magyar Nemzet, che fa parte della galassia mediatica di Lajos Simicska, oligarca e vecchio amico di Orban, che ora vive in esilio.

Simicska era membro del partito Fidezs dalla sua fondazione, data: 1988. Era l’uomo grigio dietro le quinte mentre cominciava l’ascesa politica del suo amico Viktor, nel 2014 è diventato uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese. Dopo un litigio con il premier, ha cominciato a sostenere il partito di destra Jobbik, che non ha abbandonato le sue posizioni sulla questione dei migranti, ma ha fatto della lotta alla corruzione governativa il suo cavallo di troia per ottenere voti alla guerra delle urne di domenica.

L’opposizione, divisa in 23 partiti, con tutta probabilità non riuscirà a vincere, perché non è riuscita a coagularsi. A destra di Orban c’è Gabor Vona, a capo di Jobbik, a sinistra rimane il socialista Gergely Karacsony. In mezzo mancano gli elettori, una “contro narrazione” forte, un uomo che diventi un’alternativa al fondatore della «democrazia illiberale d’Europa», dove la retorica anti-migrazione continuerà anche dopo, ad urne chiuse. Le indagini contro l’élite dell’Orbanomics, forse, invece no.

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