Condividi

Sono morti a Treviglio, il giorno di Pasqua, Giuseppe Legnani e Giambattista Gatti, due figli a testa, operai della Ecb, fabbrica di pet food nella bassa bergamasca. Alcuni residenti si sono lamentati per il cattivo odore e loro sono stati chiamati per un sopralluogo. Li ha uccisi, esplodendo, l’autoclave di un serbatoio. Dicono, invece, che abbia un “gradevole odore fruttato” l’acetato di etile respirato da Lorenzo Mazzoni, 25 anni, e Nunzio Viola di 53, tre giorni prima a Livorno. Doveva essere solo una «routinaria operazione di pulizia di un serbatoio vuoto» ma questo solvente per vernici è un liquido volatile e infiammabile così tanto che basta una scintilla per provocare un’esplosione. Lavoravano nei cantieri Neri per conto di Labromare (aziende dei Fratelli Neri) che cura lo smaltimento dei rifiuti del porto. E il 29 marzo un operaio di 56 anni, Carmine Cerullo, è rimasto folgorato vicino a Bologna su un traliccio dell’alta velocità, mentre Nunzio Industria è precipitato nel Mugello: aveva 52 anni, ed era salito da Napoli per un appalto di Vodafone.
Livorno Nord, il parco industriale è spuntato negli anni 50. Darsene, una dopo l’altra, nel canale industriale del porto, asservite alle operazioni di chimichiere, petroliere, per Gpl e altro materiale stoccato nei depositi costieri. Sono 211 i serbatoi tra la via Aurelia e il Tirreno e, dodici miglia al largo, sulla piattaforma off shore, con la sua ragnatela di condotte sottomarine, situata in una zona che doveva servire alla protezione delle balene. Una città di torri abitate da sostanze tossiche, esplosive, cancerogene, e 1.500 lavoratori. È un’«area a elevato rischio di incidente industriale rilevante». Mostri peggiori si trovano solo nei porti di Genova, Ravenna, Marghera, Napoli o nei nuclei industriali di Trecate e Filago (rispettivamente in provincia di Novara e di Bergamo, ndr).
Scrivo i nomi di chi è morto per lasciare una traccia, perché già domani si ricorderanno di loro solo i compagni e i familiari, gli omicidi “bianchi” provocano assuefazione in un’opinione pubblica lacerata dalla crisi e distratta da altre paure fabbricate ad arte. Dall’inizio dell’anno gli infortuni mortali sono già 151 secondo l’Osservatorio indipendente di Bologna – un numero superiore ai 113 dello stesso periodo del 2017 – mentre l’Inail non ha ancora finito i conti del 2017, il dato provvisorio è di 1.029, +1,1 per cento, e 119 sono stranieri, i più sfruttati di tutti.
Tornando a Livorno: negli ultimi 30 anni, seminando orfani e vedove, sono morti in venti, sulle banchine del porto, nelle stive o nei cantieri, chi precipitato, chi schiacciato da un vagone o da un muletto o da un carrello, tranciato da un’elica, colpito da un tubo di 16 metri, stritolato tra i fusti.
Sì, ci sono il lutto cittadino, il gonfalone del Comune, la fascia nera al braccio dei calciatori della squadra locale, il cordoglio delle aziende che si mettono a disposizione degli inquirenti, ma poi la vita continua. Anzi, continua la morte, anche quella “in itinere”, di chi crepa mentre va o viene dal lavoro, anche quella lenta di chi è esposto all’amianto o ad altre sostanze tossiche. E non è “morte da lavoro” il suicidio di Ivan Simion, carpentiere che si è impiccato a Orbassano due giorni dopo la strage di Livorno, perché da mesi l’azienda non lo pagava?
Il governatore toscano Enrico Rossi, di quel pezzo di Leu che viene dal Pd, ha detto: «Mattanza frutto di lassismo». Ma è lo stesso dei tagli alla sanità e dell’accorpamento delle Asl, una deterritorializzazione che ha complicato la programmazione della sicurezza nei luoghi di lavoro. Il piano sanitario prevede che il 5 per cento della spesa serva alla prevenzione ma non è mai stato attivato. Né a Livorno, né altrove in Italia. Negli ultimi dieci anni, il dipartimento prevenzione di Livorno ha dimezzato, in linea col trend nazionale, gli operatori dedicati alla vigilanza. In tutta Italia…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi