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A che punto è oggi la rivoluzione di Rojava?
Già prima della rivoluzione del Rojava la popolazione aveva un buon livello di organizzazione politica. Con la rivoluzione si è sviluppato il sistema democratico confederale. Parliamo di una zona geograficamente ampia, con un mosaico di lingue, culture ed etnie: per questo motivo era importante disporre di un sistema completo che abbracciasse questa ricchezza culturale e storica. Nel corso della storia, la lingua curda Suryani-sunnita e approcci nazionalistici sono stati usati per creare differenze nella regione. Costruire un sistema confederale democratico richiedeva dunque un’ampia consapevolezza da parte della gente e una organizzazione complessa. Per prima cosa sono stati creati rapidamente i gruppi (associazioni, comitati) e le istituzioni come struttura amministrativa del sistema. Di seguito gli interventi in economia e autodifesa, intesa questa non come forza militare ma come autodifesa sociale di base. Si tratta, vorrei ricordare, di una società che ha vissuto sotto la pressione di forze d’invasione per migliaia di anni e che veniva da una cultura feudale.

In cosa consiste il progetto?
Il progetto consiste nella formazione di una mentalità comune in settori come istruzione, cultura, salute, economia e autodifesa ed è a lungo termine. Il confederalismo democratico non è un modello rigido, ma si evolve sulla base delle esperienze acquisite. Per questo motivo era necessario sviluppare una ‘fiducia in sé’, nell’idea che la cultura e la consapevolezza storica e sociale sarebbero stati percorsi complessi da affrontare. Infatti puoi creare organizzazioni, far partecipare la popolazione dal basso, ma è importante renderla consapevole per prendere le distanze dalla natura del potere. Il sistema del confederalismo democratico richiedeva una mentalità flessibile: se questa non è formata sull’educazione comune, una società non può essere creata. Ora, con il tempo, si è capito la differenza tra il confederalismo democratico e l’organizzazione dello Stato-nazione. Il confederalismo democratico richiede uno sguardo profondo. Le organizzazioni sono importanti, ma ciò che muove internamente lo è ancor di più. È ciò che rende il sistema permanente.

Le pratiche di autogestione hanno modificato l’approccio dei singoli, sono state cioè uno strumento “educativo” verso una gestione equa delle risorse economiche, politiche, sociali?
La società è cambiata nella visione femminile perché era importante rappresentare equamente le donne e farle partecipare ai meccanismi decisionali. Questo processo ha reso più consapevole la donna della propria forza e capacità di agire. Grazie a questo cambiamento, oggi anche nei gruppi più lontani dalla mentalità democratica, i problemi vengono espressi e risolti con il dialogo. È cambiata anche la mentalità a proposito di giustizia sociale: la società trova le soluzioni dei propri problemi familiari, sociali e personali attraverso, appunto, metodi di dialogo. In questo modo oltre l’80 per cento delle dispute sono state risolte nei comitati territoriali per la pace.

L’economia è stata l’area di sviluppo che invece ha presentato maggiori difficoltà. Dopo la rivoluzione le proprietà statali governative sono state distribuite alle comunità e sono state costituite cooperative agricole. Ma il problema era gestirle con la mentalità giusta: le cooperative infatti non sono solo imprese economiche, sono complessi sanitari, sociali, educativi. Ogni cooperativa è uno spazio vivente, uno spazio organizzativo.

L’attacco contro Afrin e l’intenzione della Turchia di procedere verso Manbij, Kobane, il confine con l’Iraq, mette in pericolo (anche sul piano del consenso della base) il confederalismo democratico e la sua natura multietnica e multiculturale?
C’è un attacco totale al sistema del confederalismo democratico da parte delle grandi potenze, non solo della Turchia. È un sistema che ha prodotto ricerche nelle società arabe del Medio Oriente, potrebbe diffondersi in tutto il mondo. Il capitale globale vuole bloccarne la diffusione perché teme che metta in discussione il suo potere. Gli attacchi sono stati vari. Ad esempio, hanno voluto definire il sistema come Stato-nazione o ridurre i nuovi modelli di organizzazione etichettandoli come rapida via per la libertà, cercando di imitarli. Ognuno, dal proprio punto di vista, ha cercato di imporre il proprio sistema di valori, dimostrando la necessità di una lotta più elaborata e comune. Se vuoi mantenere vivo il confederalismo democratico hai bisogno non solo di difenderti sul piano militare e politico ma soprattutto di dare risposte culturali. Per quanto riguarda Afrin, è nota per il suo patriottismo, la sua dipendenza dalla terra. Un centro dove vivono culture diverse. L’invasione e gli attacchi feroci dello Stato turco hanno causato la morte di centinaia di persone e la fuga di centinaia di migliaia di civili. Ma la popolazione che si è formata con questa esperienza finirà per portare il proprio progetto politico fin sulla luna. È impossibile annientare solo con un attacco fisico un sistema che si è costruito sulla cultura.

L’intervista di Chiara Cruciati a Ozlem Tanrikulu è tratta da Left n. 13 del 30 marzo 2018


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