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Trent’anni anni fa, era il 1988, in Ungheria, c’era un dissidente liberale dai capelli lunghi. Nella sua lettera per richiedere la borsa di studio alla fondazione del magnate George Soros, il giovane scrisse che l’Ungheria, dalla dittatura, si sarebbe trasformata in una democrazia. Che «uno degli elementi principali della transizione è la rinascita della società civile». Il ragazzo fu premiato, usufruì dei fondi per andare a seguire i corsi ad Oxford. Lo studente Viktor, trent’anni dopo, è il premier Orban. L’alfiere dell’“Europa cristiana”, il signore della “patria bianca” dai confini filospinati, bastione contro l’islam, il nemico giurato di Soros e delle sue idee considerate “morbide” sull’immigrazione, è salito sul palco del successo elettorale da confermato premier d’Ungheria.

Fidesz è il partito scelto dal 49% degli ungheresi, con 134 seggi su 199 in Parlamento, ha la maggioranza costituzionale dei due terzi dell’Assemblea nazionale, una preferenza altissima, come l’affluenza a queste ultime urne, quasi da record: ha votato il 68,8% degli aventi diritto, l’8% in più di quattro anni fa, ovvero quasi sei milioni di elettori.

La notte del conteggio dei voti, per Orban, non è stata lunga. Chi si interrogava sulla maggioranza a rischio di Fidesz, ha dovuto confrontarsi, fin dalle prime ore dallo spoglio, con una vittoria schiacciante. Chi sperava che Orban rallentasse la sua corsa, nel day after deve fare i conti con velocità e successo raddoppiati.

«Con risultati come questo c’è bisogno di ricordare il saggio proverbio: sii modesto, perché ora hai ragione di esserlo, l’Ungheria non è arrivata ancora dove vuole, ma è in cammino». Sono state le prime parole del premier sul palco, tra gli applausi. Ha cantato vittoria, non per se stesso, ma per il suo Paese, per la sua politica e per la tradizione “bianca” e cattolica d’Ungheria, che ha promesso ancora una volta di difendere. È la terza vittoria consecutiva per Orban, la quarta in totale.

Sulle rive del Danubio, Fidesz è riunita alla Casa Bianca ungherese, è un partito stordito dal successo inatteso. Nella classifica elettorale, dopo Orban, si è posizionato Gabor Vona, 39 anni, a capo della formazione di estrema destra Jobbik (Movimento per un’Ungheria migliore). Vona arriva secondo a queste elezioni che, a suo avviso, avrebbero determinato «il corso del Paese non per i prossimi quattro anni, ma per almeno due generazioni». Insieme ai migranti, nemico numero uno dell’Ungheria per Vona è «il governo mafioso di Orban».

Con il 12% delle preferenze, in terza posizione, c’è l’alleanza di socialisti ed ecologisti di Georgely Karacsony. Ma alle elezioni, insieme ai 23 partiti d’opposizione, a uscire sconfitta è anche l’Unione europea, che vuole tutelare, solo a suon di sanzioni, valori e diritti che l’Ungheria viola. La burocrazia di Bruxelles non ha potuto niente contro la xenofobia muscolare di Orban. L’ultima parola gliel’ha data il suo popolo, alla fine ha vinto lui, di nuovo.

Qualcuno è andato in abiti tradizionali in cabina elettorale – i membri dell’“Associazione per la preservazione degli ussari ungheresi”, per esempio. Le urne dovevano essere chiuse alle sette di sera, ma lunghe file rimanevano ai seggi a sfidare le lancette dell’orologio. Poi al primo buio la città ha cominciato a ballare per strada. La massa plebiscitaria della “democrazia illiberale” ha scelto e se n’è andata a cantare di notte, tricolore, clacson e birra, per le strade di Budapest.

Insieme alla Merkel, Orban è il capo al potere in Europa da più tempo. Gli scandali di corruzione di amici, parenti e membri del suo partito, esplosi negli ultimi mesi, non l’hanno indebolito, grazie anche al ribaltamento operato da giornali e tv di regime, che li hanno dipinti come attacchi alla nazione stessa e al suo primo ministro. Capitalismo dell’oligarchia a lui compiacente, retorica xenofoba, dottrina da partito-stato unico: ha reso la nazione il suo monolite. Ha già cambiato quasi tutto nel suo Paese, dal sistema giudiziario, – ora in mano al suo governo -, fino a quello economico, che è in mano ai suoi parenti ed amici. Dal 2010, in cinque anni, con la maggioranza Fidesz in Parlamento, più di mille leggi sono passate dopo poche ore di dibattito.

Nel 1988 il “dissidente” Orban diceva di odiare il muro che sarebbe caduto un anno dopo; nel 2018 lo stesso uomo ne ha innalzati di nuovi, blindati, nazionali e personali. L’Ungheria che doveva trasformarsi in democrazia, come scriveva nei papers da studente, è diventata la “capsula di petri” d’Europa per l’autocrazia morbida di cui è autore. Era così già prima delle elezioni, ma lo sarà ancora di più da domani.

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