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Volete sapere che fine fa il vostro 8 per mille? La Uaar, Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, ha lanciato la campagna Occhiopermille, il cui scopo è informare gli italiani sul malfunzionamento della ripartizione dell’8 per mille. La stessa campagna viene portata avanti ogni anno dal 2007. La Uaar si fa carico di informare i cittadini sull’argomento in quanto, come aveva segnalato già la Corte dei conti nel 2014: «scarsa è l’informazione posta in essere dalle amministrazioni su tale peculiare modalità di attribuzione» si legge nella relazione della corte sul sistema dell’8 per mille. Concetto ribadito anche nella relazione del 2016, sempre della Corte dei conti, le cui conclusioni sono quasi immutate rispetto a quella di due anni prima .

L’8 per mille è il modo con cui lo Stato finanzia le confessioni religiose, ed è stato istituito nel 1985, in sostituzione della “congrua”, cioè la somma che lo Stato italiano versava alla Chiesa cattolica come risarcimento dei beni confiscati allo Stato vaticano e per il mantenimento dei preti. Come fanno notare sia la Uaar che la Corte dei conti, il metodo di attribuzione dell’8 per mille non è di immediata comprensione. Nella relazione della Corte, il sistema dell’8 per mille viene definito così “peculiare” che perfino «i cittadini – anche dotati di diligenza media – possono essere indotti a ritenere che solo con una scelta esplicita i fondi vengano assegnati».

E invece non avviene così. Come funziona quindi l’8 per mille?
Quando si compila la dichiarazione dei redditi, si può decidere di destinare appunto l’8 per mille della propria quota Irpef incassata dallo Stato ad una confessione religiosa o allo Stato stesso. Fin qui nulla di strano, ma se si decidesse di lasciare vuoto il campo dell’8 per mille nella dichiarazione dei redditi? In tal caso, la quota viene assegnata lo stesso e proporzionalmente in base alle scelte di chi invece ha deciso la destinazione della propria quota. Il grafico qui sotto fa chiarezza su questo meccanismo.

Grafico della percentuale di ripartizione tra le diverse confessioni religiose e lo Stato dell’8 per mille

A sinistra, le scelte contenute nelle dichiarazioni di reddito del 2013, consultabili sul sito del ministero di Economia e finanza. A destra, la ripartizione delle quote nel 2017. Come si vede, più dell’80% dell’8 per mille finisce alla Chiesa cattolica. L’8 per mille può sembrare una cifra irrisoria, ma è stato calcolato che si aggira attorno ad un miliardo di euro.

È evidente che questo metodo di ripartizione favorisce la Chiesa cattolica, ma non è l’unico problema.
Nella sua relazione del 2014, la Corte dei conti boccia in toto il sistema dell’8 per mille. Nato per garantire il sostentamento del clero, col passare degli anni «il flusso di denaro si è rivelato così consistente da garantire l’utilizzo di ingenti somme per finalità diverse, non finanziate, in precedenza, con le risorse statali» si legge nel rapporto. Questo flusso di denaro ha portato ad un «rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana». «Le difficoltà di autofinanziamento della Chiesa cattolica non possono gravare sulle finanze pubbliche» continua la Corte, e aggiunge inoltre che «le risorse provenienti dall’8 per mille non possono essere intese come l’assicurazione di una sorta d’impegno dello Stato a provvedere alle necessità della Chiesa». La stessa relazione non usa mezzi termini quando si tratta di andare nel merito dei problemi di questo sistema, definito opaco nella raccolta, ripartizione ed erogazione. Mancano inoltre verifiche sull’utilizzo che viene fatto dei fondi, ci sono carenze nelle rendicontazioni e non esiste alternativa per il contribuente che vorrebbe destinare una parte della propria imposta a fini sociali ed umanitari, pur senza finanziare nessuna particolare confessione religiosa. L’intero sistema agisce «in violazione dei principi di buon andamento, efficienza ed efficacia della pubblica amministrazione». Come se non bastasse, la relazione fa notare che i fondi destinati alla religione sono «gli unici che, nell’attuale contingenza di fortissima riduzione della spesa pubblica in ogni campo, si sono notevolmente e costantemente incrementati».

Non c’è però solo critica nel rapporto della Corte dei conti: l’8 per mille viene confrontato con il 5 per mille, che risulta «più rispettoso dei principi di proporzionalità, di volontarietà e di uguaglianza», «più inclusivo e democratico».

C’è poi un’ultima criticità nell’8 per mille segnalata dalla Corte: la mancanza di «controlli sulla correttezza dell’agire degli intermediari», in particolare quelli «collegati ad alcuni beneficiari». Già nel 2014 la Uaar aveva messo in dubbio la correttezza proprio di alcuni intermediari, riportando la testimonianza di un contribuente che aveva deciso di destinare otto e cinque per mille rispettivamente allo Stato e alla Uaar. Ricontrollando la copia della dichiarazione che gli era stata rilasciata dal centro di assistenza fiscale a cui si era recato, ha però notato che il suo 8 per mille risultava a favore della Chiesa cattolica, mentre la destinazione del 5 per mille era stata riassegnata alla onlus Operatori di misericordia, sempre associata alla Chiesa cattolica.

A sinistra, il modulo che era stato compilato al Caf. A destra, la copia consegnata al contribuente con i campi alterati

Tornato al Caf, il contribuente ha poi fatto correggere l’errore, tra l’imbarazzo e le scuse dell’operatore, che ha comunque pubblicizzato la onlus cattolica. La Uaar esprime inquietudine ed un certo sospetto riguardo al supposto “errore”, in quanto l’Associazione cristiana lavoratori italiani e il Movimento cristiano lavoratori gestiscono centinaia di Caf e sono anche tra le maggiori destinatarie del 5 per mille.

C’è poi un’altra questione che riguarda da vicino la Chiesa cattolica: l’imposta comunale sugli immobili, l’Ici. A riguardo si è pronunciato l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, il belga Melchior Wathelet. Wathelet ha raccomandato alla Corte di giustizia di capovolgere un precedente sentenza del Tribunale Ue con cui si esentava lo Stato italiano dal dover recuperare l’Ici non pagata dalla Chiesa.

Fino ad oggi la Chiesa è riuscita a non pagare l’Ici grazie ad una sentenza del 2016 in quanto, sebbene si tratti di un aiuto di Stato illegale da parte dell’Italia nei confronti della Chiesa, la corte aveva riconosciuto l’impossibilità da parte dello Stato italiano di riuscire a stimare con precisione l’importo che la Chiesa dovrebbe versare. Secondo l’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni italiani, la Chiesa deve alle casse dello Stato italiano una cifra che si aggira tra i 4 e i 5 miliardi. Per Wathelet, per quanto difficile sia arrivare ad una stima precisa, questo non giustifica una deroga alle norme sugli aiuti di Stato.

Tutto comincia nel 2006 con una serie di denunce, tra cui quella della scuola Montessori e di un bed and breakfast, pervenute alla Commissione europea. Dopo una serie di indagini, nel 2012, Bruxelles pubblica un documento in cui chiarisce: il «sistema italiano di esenzioni all’Ici concesse a enti non commerciali per scopi specifici tra il 2006 e il 2011 era incompatibile con le regole Ue sugli aiuti di Stato», ma allo stesso tempo «non deve essere disposto il recupero dell’aiuto, avendo l’Italia dimostrato l’impossibilità assoluta di darvi esecuzione».

Nel 2013, la scuola e il B&b presentano allora un ricorso al Tribunale Ue e tre anni dopo viene respinto. A quel punto i denuncianti si rivolgono alla Corte di giustizia Ue, la più alta corte europea, di cui ora attendiamo la sentenza.

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