Condividi

A febbraio il giornalista Jan Kuciak è stato ucciso insieme alla sua fidanzata Martina. Ad aprile Bratislava non l’ha ancora dimenticato. Migliaia di persone sono tornate in strada per chiedere le dimissioni di Tibor Gaspar, il capo della polizia responsabile delle indagini del duplice omicidio. Una testa del potere slovacco cade, ma non è la sua. Si dimette infatti Tomas Drucker, ministro dell’Interno.

Dopo essersi opposto alla revoca di Gaspar, Tomas Drucker ha lasciato ieri l’incarico proprio perché si è rifiutato di licenziare il dirigente delle forze dell’ordine. Era quello che chiedeva la piazza indignata dall’assenza di progressi nelle indagini del caso Kuciak. Tre settimane: è quanto è rimasto  al governo Drucker dopo la sua nomina, sostituiva infatti Robert Kalinak, ex ministro del governo dimissionario di Robert Fico.
Alla conferenza stampa dell’ormai ex ministro c’erano pochi giornalisti, uno stemma della Slovacchia in una piccola stanza, un podio di legno: rimanere in carica vuol dire non migliorare la situazione, ma «polarizzare ulteriormente la società del nostro Paese – ha detto Drucker -. Non ci sono più le circostanze adatte che mi permettono di svolgere il mio incarico».

Drucker dice di aver chiuso con la politica per sempre, vuole ritirarsi a vita privata: «ho deciso di dimettermi e lasciare spazio ad un’altra persona che affronti la questione, è più importante la mia integrità della mia posizione». Il presidente della Repubblica, Andrej Kiska, aveva ripetutamente chiesto che Gaspar fosse rimosso dall’incarico per riguadagnare la fiducia dell’opinione pubblica, ma Drucker aveva ribadito il suo no perché le indagini di Gaspar «non erano ancora giunte al termine».
Alcuni degli articoli di Jan riguardavano la più grande compagnia di sicurezza del Paese e gli accordi fatti con il governo. Il proprietario di questa agenzia è legato al capo della polizia, Gaspar.

«La corruzione, non il coraggio, va punita» è l’urlo della folla dei trentamila scesi in piazza dopo sette settimane dalla morte di Jan. Chiedono giustizia per lui, ma anche per il resto del Paese, attanagliato nella morsa della corruzione sulla quale indagava il giornalista. I suoi ultimi articoli riguardavano eventuali legami tra la ndrangheta calabrese e gli esponenti del governo slovacco del partito Smer di Robert Fico.
Non solo Gaspar: Bratislava vuole anche le dimissioni di Dusan Kovacik, il procuratore speciale incaricato di perseguire casi di abusi di potere e corruzione tra i politici e i dipendenti pubblici. Secondo i dati raccolti dal suo ufficio l’anno scorso, Kovacik ha supervisionato 61 casi di corruzione tra il 2009 e il 2017, ma non sono mai arrivati in tribunale. Nessuna accusa penale è stata mai mossa. Nessun politico è mai finito in prigione in Slovacchia per corruzione, scrive Transparency International.

Adesso l’obiettivo di Peter Pellegrini, nuovo premier di Bratislava, dopo le dimissioni di Robert Fico, è ripulire l’immagine del Paese: «non siamo uno stato mafioso», ha detto pochi giorni fa ai giornalisti durante una visita a Bruxelles. L’omicidio di Jan è stato «compiuto da professionisti» e per questo è difficile da risolvere, nonostante un «numero senza precedenti di poliziotti stia lavorando per trovare i colpevoli». Troppi giorni sono trascorsi tra l’omicidio e la scoperta dei cadaveri dei due giovani per capire la verità: «gli assassini hanno quattro giorni di vantaggio su di noi, l’omicidio è stato compiuto un mercoledì, i corpi sono stati rinvenuti una domenica. È troppo per un caso di assassinio».

Le proteste della piazza proseguiranno forse più velocemente delle indagini negli uffici. Il risveglio della società civile di Bratislava è senza precedenti, anche se per questa primavera slovacca a pagare col sangue è stato il giovane reporter 27enne. Proiettili e parole. Kuciack è il primo giornalista assassinato nel Paese. Scrive Tom Nicholson su Politico che è «il giorno più buio per il giornalismo slovacco: nemmeno durante gli anni turbolenti che sono seguiti alla fine del comunismo nel 1989, i reporter venivano uccisi in Slovacchia».

Commenti

commenti

Condividi