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Non sembrò affatto sorpreso, il carabiniere Tedesco quando vide arrivare Stefano Cucchi malconcio in tribunale, la mattina dopo il suo arresto. Era il 17 ottobre 2009. Invece il suo collega Schirone, che gli fece presente le gravi condizioni del ragazzo, era «turbato», fin da quando aveva prelevato Stefano alla stazione Tor Sapienza dell’Arma, dopo una notte in guardina, dolorante al punto da persuadere il piantone a chiamare il 118. «Era evidente che fosse stato picchiato», conferma Schirone che, quando incontrò in Tribunale i colleghi che avevano operato l’arresto, ne chiese conto a Francesco Tedesco che conosceva bene. Tedesco è uno dei tre accusati per il pestaggio di Stefano, gli altri sono Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro sempre della stazione Appia, tutti per lesioni personali aggravate e abuso d’autorità. E poi ci sono altri due imputati, il maresciallo Roberto Mandolini, che risponde dei reati di calunnia e falso, mentre lo stesso Tedesco, insieme con Vincenzo Nicolardi, di calunnia nei confronti di tre agenti della penitenziaria che furono processati per questa vicenda e poi assolti in maniera definitiva.

«Gesticolando Tedesco mi disse che la sera prima Cucchi non era stato affatto collaborativo». E lei s’è accontentato di questa risposta? gli chiederà il giudice. No. La testimonianza di Schirone è così inusuale in casi di malapolizia che diversi legali lo ringraziano “a scena aperta” mentre la difesa dei Cc punta a screditarlo costruendo un’antipatia tra i due, per questioni di donne, che Schirone smentisce con vivacità. Viene fuori, invece, oltre alle istantanee di un Cucchi visibilmente dolorante, claudicante, sofferente, con gli occhi cerchiati da ematomi, anche il ritratto di un carabiniere «esaltato», Tedesco, «che si fomenta facilmente», magari perché aveva a che fare con «delinquenti di spessore», «all’epoca ci fomentavamo tutti». Ma questo spiegherebbe anche perché Cucchi, ritrovandoselo in aula, per la convalida, poche ore dopo l’arresto, fosse visibilmente agitato. Diciamo pure incazzato.
Ma Stefano quella notte avrebbe rifiutato il ricovero. Perché? Stefano disse subito di stare molto male, appena andò via Nicolardi. Perché solo il 13 febbraio 2010 verrà scritto che si sarebbe rifiutato di firmare il verbale del proprio arresto? E perché il mancato fotosegnalamento che pure è obbligatorio in ogni arresto?

L’udienza appena conclusa oggi 17 aprile nell’aula della Corte d’assise di Piazzale Clodio, riformula i misteri del caso ma, finalmente, apre i primi impressionanti squarci nella versione ufficiale che, per otto anni, era riuscita a conservare i carabinieri nel cono d’ombra che all’epoca sembrò quasi essere stato ordinato dall’allora ministro della difesa di Berlusconi, Ignazio La Russa. Fu lui ad “assolvere” preventivamente i militari e l’Arma. L’inchiesta del pm Barba li tenne fuori con accuratezza e la commissione d’inchiesta del Senato si occupò solo del versante malasanità di questa storia. Ma non c’è solo la testimonianza di Schirone. Il suo collega d’equipaggio Mollica ricorda che all’andata chiesero entrambi a Stefano se volesse passare in ospedale, e tornarono «turbati» da Piazzale Clodio: «ho pensato che qualcuno l’avesse “toccato”, evidente che fosse stato qualcuno con cui aveva avuto a che fare prima di noi». A differenza di Schirone, però, Mollica prese parte a una riunione di quasi tutti i Cc coinvolti nel caso convocata da una serie di ufficiali. Avvenne nella sede del comando provinciale a cavallo della metà di novembre del 2009, due-tre settimane dopo la morte di Cucchi. Una riunione strana, ciascuno avrebbe fornito la propria versione in plenaria, di fronte a tutti gli altri. Una strana indagine interna. Ma a otto anni dai fatti Mollica ricorda poco o niente. Solo che quel giorno non fece menzione del proprio turbamento. Dopo la prima deposizione al pm della prima inchiesta, Schirone venne convocato dal colonnello Casarsa. Subì pressioni? «Può darsi, in maniera velata, forse non me ne sono accorto. Non me ne ricordo».

Prima di loro ci sono state le testimonianze di due appuntati sul giallo delle due annotazioni con lo stesso codice informatico. «In teoria è impossibile», ha detto l’appuntato Di Sano al banco dei testi. Fatto sta che sia lui, sia il collega Colicchio, entrambi in servizio a Tor Sapienza quella notte tra il 16 e il 17 ottobre 2009, hanno firmato due dichiarazioni apparentemente identiche con piccole modifiche che servono solo a minimizzare la gravità delle condizioni di Cucchi.
Le note sullo stato di salute di Stefano Cucchi, dunque, nelle ore successive al suo arresto «sono state modificate» e almeno una potrebbe essere potenzialmente falsa. Gianluca Colicchio ha ricordato in aula perfettamente il report nella quale scriveva che Cucchi «dichiarava di avere forti dolori al capo, giramenti di testa, tremore e di soffrire di epilessia» ma non ha riconosciuto come sua l’annotazione (riportante uguale data e numero di protocollo) nella quale si legge che l’arrestato «dichiara di soffrire di epilessia, manifestando uno stato di malessere generale verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza e lamentandosi del freddo e della scomodità della branda in acciaio».

Colicchio in aula ha detto di ricordare «di avere fatto una sola relazione; la seconda è strana perché porta la mia firma, ma io non la ricordo. Nella seconda ci sono dei termini che io non uso, non la riconosco». Ancora più anomale sono le due annotazioni di servizio a firma del carabiniere Francesco Di Sano. Nella prima, si legge che Cucchi «riferiva di avere dolori al costato e tremore dovuto al freddo e di non potere camminare»; nella seconda annota che il geometra dichiara di «essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola da letto». «Mi chiesero di modificarla perché la prima era troppo dettagliata. Ho eseguito un ordine». E chi l’avrebbe ordinato a sua volta al superiore dei due appuntati?

Ultimo teste l’avvocato Giorgio Rocca che partecipò come difensore d’ufficio di Cucchi all’udienza di convalida dell’arresto anche se Stefano aveva indicato un suo legale di fiducia. Finalmente Rocca lo ammette in aula. «Ricordo che lui aveva un atteggiamento ostile nei confronti dei carabinieri perché riteneva di essere stato arrestato ingiustamente. Prima dell’udienza ebbe battibecchi continui con loro, non era calmo. Mi disse che non l’avevano maltrattato, ma che lui era fatto così». Ma Rocca sembra non essersi accorto delle difficoltà del suo assistito a camminare, delle macchie di sangue sui jeans. Non è mai stato da solo con Stefano e solo le domande insistenti del Pm Giovanni Musarò, di Fabio Anselmo e degli altri legali di parte civile, riusciranno a fargli ricordare che Stefano non era seduto in una postura corretta, quasi sdraiato da un fianco, appoggiato sul gomito. Il viso gonfio e la voce strascicata. In aula Ilaria, sua sorella, i genitori Rita e Giovanni e gli attivisti di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa. Prossime udienze 15 e 31 maggio, 12 e 27 giugno.

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