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Incontrando a Parigi il presidente francese Macron lo scorso 10 aprile, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman era stato chiaro: «Se l’alleanza con i nostri partner lo esige, risponderemo “presente” all’azione militare contro Damasco». Quattro giorni dopo, una pioggia di missili lanciati da Usa, Inghilterra e Francia sarebbe piovuta su Homs e Damasco colpendo il centro ricerche di Barzeh nella capitale siriana, un sito militare e un centro di comando a Homs che, secondo il Pentagono, erano utilizzati dal governo di Bashar al-Assad per la produzione e lo stoccaggio di gas. Riyadh non ha preso parte all’offensiva, ma il sostegno della monarchia wahhabita all’attacco è stato immediato: «Una risposta al continuo uso da parte del regime di armi chimiche contro civili tra cui donne e bambini» ha detto in una nota il ministero degli Esteri.

Riyadh sa perfettamente che quanto accaduto il 14 aprile è un evento che gioca a suo favore. Che si sia trattato o meno di uno show di Usa, Francia e Inghilterra – attacco limitato e al momento isolato, Russia informata in anticipo e non colpita dai missili, danni irrilevanti per il regime – resta il fatto che il messaggio mandato dal fronte anti-Assad a Russia e Iran è concreto: il conflitto siriano non può terminare con la vittoria dell’asse Mosca-Teheran-Damasco. Notizie incoraggianti per una monarchia, quella saudita, che nel conflitto in Siria ha inviato armi e denaro a gruppi di «opposizioni moderate» nel tentativo di far cadere il presidente siriano sostenuto dall’arci rivale Iran e dalla Russia.

Un progetto che…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola


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