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Sono stati cinque giorni febbrili sui social network, quelli intercorsi tra l’attacco chimico contro l’enclave ribelle di Douma, alla periferia di Damasco, e le incursioni “punitive” di States e alleati. Molto contraddittori – come di consueto – i commenti dei siriani, segnati o da una amara ironia, o da un grande allarmismo. Ad aver paura erano soprattutto gli abitanti del centro di Damasco, e di altre aree sotto il controllo del regime di Assad, poco abituati ad assistere ad incursioni aeree.

Dall’“Assadistan” giungono i timori della gente comune e le denunce arrabbiate dei sostenitori del regime, nelle quali si parla di «invasione», «rischio terza guerra mondiale», perdita di «sovranità nazionale»… Di tutt’altro tono, invece, i commenti di chi vive nelle aree fuori dal controllo di Assad, dove le battute sugli avventurosi tweet del presidente statunitense andavano per la maggiore: «Vai Abu Ivanka! Colpisci la bestia, colpiscila forte!» («Abu Ivanka», papà di Ivanka, è il nomignolo con cui viene ironicamente chiamato Trump da molti siriani sui social, nda).

Se, da una parte, erano davvero in pochi a sperare che l’attacco alleato avesse un impatto degno di nota, e potesse spostare gli equilibri militari o far vacillare le alleanze che tengono in piedi il regime, dall’altra erano in tanti a sperare che l’attacco avesse potuto ridurre, almeno temporaneamente, la capacità di bombardare dell’aviazione del regime. Le speranze di questi ultimi sono svanite dopo l’attacco, durato solo 70 minuti, diretto verso depositi, laboratori e centri studi a Damasco, obiettivi ritenuti legati al programma chimico siriano. Un attacco preannunciato alle forze russe, quindi anche al regime, che ha avuto tutto il tempo per evacuare uomini e mezzi.

Al punto che la temutissima «aggressione imperialista che ci porta…

L’articolo di Fouad Roueiha prosegue su Left in edicola


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