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Il vecchio che avanza. Più che il centrodestra, a vincere in Molise sono stati i vecchi volti della politica regionale. Fa niente se, nel frattempo, sono intercorse condanne o bocciature a precedenti elezioni. L’italiano è un popolo che dimentica, dopotutto. E così, ad esempio, rientrerà in consiglio regionale l’ex governatore e ras del centrodestra Michele Iorio, che aveva già provato prima di ora la scalata al Senato, salvo essere bocciato il 4 marzo. Ma non si è perso d’animo: ha fondato una lista tutta sua (“Iorio per il Molise”) a supporto del candidato di centrodestra Donato Toma e si è ributtato nella mischia, conquistando un posto in consiglio regionale. Ma non da subito: a gennaio è stato condannato in appello, complessivamente dovrà scontare una sospensione di 18 mesi e forse cederà il posto ad un altro. Bazzecole. Così come lo è il fatto che Vincenzo Niro e Vincenzo Cotugno, i due presidenti del Consiglio regionale uscente che si sono succeduti nel corso dell’amministrazione della giunta di Paolo Di Laura Frattura (centrosinistra), con un bel salto carpiato hanno messo su due liste civiche candidandosi anche loro con il centrodestra. Ebbene, entrambi rientreranno in consiglio. Tutto come prima, dunque, salvo la casacca diversa. E forse non c’è nemmeno da sorprendersi visto che Cotugno è, incidentalmente, il cognato di un altro pezzo da novanta di Forza Italia in Molise, l’europarlamentare Aldo Patriciello. Parenti e partito, insomma. Da sempre: alle politiche del 4 marzo il candidato del centrodestra alla Camera era Mario Pietracupa, anche lui, manco a dirlo, cognato dell’euro-onorevole.
In una competizione serrata ma a tratti grottesca sono state determinanti le liste più che i partiti, i nomi più che i programmi. Non è un caso che il centrodestra si sia presentato con un plotone di 180 candidati che, per una regione piccola come il Molise, è tutto dire. Un esempio su tutti: la lista del già citato Cotugno, “Orgoglio Molise” (riedizione di “Rialzati Molise” con cui Cotugno si presentò nel 2013 col centrosinistra) ha raccolto più voti di Lega e Fratelli d’Italia e soltanto circa mille preferenze in meno rispetto a Forza Italia.
A gestire, dunque, la cosa pubblica si ritroveranno gli stessi artefici di quello che il Molise è oggi: sanità commissariata dal lontano 2009, disoccupazione al 14,6%, quella giovanile al 47,3% e Pil pro capite pari a un terzo della media nazionale.
Il centrosinistra, invece, avrà tanto da riflettere sulla sua definitiva Caporetto dato che è riuscita a fare anche peggio delle politiche del 4 marzo, non raggiungendo nemmeno il 18%, nonostante l’alleanza Pd-Liberi e Uguali. Il Movimento 5 stelle resta, invece, primo partito, esattamente come per le politiche: magra consolazione per chi, dopo la Sicilia, ha visto sfumare ancora la tanto agognata “Regione a 5 stelle”. Il Movimento, dati alla mano, è crollato, nel giro di poco più di un mese, dal 44% delle politiche al 31% delle regionali.
E ora, inevitabile, va in scena il gioco delle parti, col Molise-Ohio tirato in ballo o respinto a seconda della convenienza. Luigi Di Maio ha già chiarito che la piccola regione non potrà incidere sulla formazione di un governo. Tutto giusto, se non fosse per il fatto che fino a venerdì scorso il pentastellato diceva esattamente l’opposto; Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, invece, più che alla formazione del governo guardano alla leadership interna, esaltando il determinante risultato ora di Forza Italia, ora della Lega. Salvo, poi, essere sbugiardati dai numeri: il primo con il 9,4% resta, seppur di poco, primo partito della coalizione ma in netto calo dal 16,1% delle recenti politiche, mentre la Lega si ferma poco sotto il risultato del voto del 4 marzo all’8,3% (da 8,7%).
Al di là delle dichiarazioni di circostanza (anche la Meloni parla di «fondamentale contributo di Forza Italia» col suo 4%…), diventa difficile che il centrodestra possa sfaldarsi in vista di un governo. Tutto resta appeso. Come prima, più di prima. A meno che non sia il Pd a giocarsi la carta di un governo con i 5 stelle, magari con l’alibi della “responsabilità” in ossequio a Sergio Mattarella, nel tentativo di resuscitare dalle nere ceneri in cui è sprofondato.
Resta però un vuoto, colossale, su cui tutti dovrebbero riflettere, vincitori e vinti: a votare è andato solo un cittadino su due (affluenza al 52,2%, contro il 71,6% delle politiche di marzo). La politica è sempre più sinonimo di sfiducia. Ed è questo il dato, ultimo, che fa più terrore.

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