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Sventolano le stoffe del tricolore armeno al vento della vittoria, le bandiere rimangono nei pugni dei ribelli  in festa nelle piazze di Erevan. Primo maggio, festa dei lavoratori: è quando il Parlamento dell’ex repubblica sovietica dell’Armenia ha dichiarato di eleggere un nuovo primo ministro, dopo le dimissioni dell’ex premier Serzh Sargsyan per le proteste di massa che hanno inondato le strade del Paese.
I manifestanti, che non hanno ancora abbandonato le strade dall’inizio delle proteste d’aprile, urlano il nome dell’uomo che ha dato inizio a tutto questo: Nikol Pashinian, il leader dell’opposizione. Piazza della Repubblica nella Capitale non tornerà vuota se non quando Pashinian sarà il nuovo premier e il partito repubblicano tutto, che siede ancora in Parlamento, non avrà seguito l’esempio dell’ex primo ministro Sargsyan.

Pashinian ha chiesto che il potere venga ora trasferito ad un «primo ministro del popolo, con elezioni lampo, non permetteremo a questo sistema corrotto di esistere, rimanete in piazza, dobbiamo finire la rivoluzione di velluto». La primavera del Caucaso del Sud sa di non aver ancora completamente vinto e le piazzde non si sono ancora svuotate.
«La rivoluzione di velluto non è finita, spero che voi siate qui per la vittoria finale». Pashinian non si è ancora tolto la maglia mimetica che ha indossato dal primo giorno delle proteste a Erevan, quando ha abbandonato giacca, cravatta, Parlamento e ha cominciato ad invitare il suo popolo ad occupare le strade. Pashinian urla da quasi due settimane al megafono bianco, stesso colore delle bende sulla sua mano rotta durante le proteste. È stato la testa d’ariete contro l’uomo più potente del Paese. Quando ha accusato Sargsyan di manipolare la costituzione a suo favore per mantenere il potere, lo hanno messo in carcere. Fino a lunedì scorso contava le sbarre della cella, dove era stato rinchiuso per aver commesso “atti pericolosi contro la società”. Poi, dopo 24 ore, è uscito e da liberato, il rivoluzionario Pashinian, è stato acclamato liberatore della nuova Armenia. “La nuova Armenia” è quello per cui adesso tutti i blocchi politici della nazione devono lavorare, ha detto il presidente dello Stato Armen Sargsyan.
Gli armeni non vanno più a dormire, rimangono in strada, non sono andati via nemmeno quando il convitato di pietra d’epoca sovietica Serzh Sargsyan, se n’è andato. Gli urlavano “Serzh, vattene!” e lui, prima presidente per dieci anni, poi primo ministro dopo una riforma costituzionale ad personam per il mantenere il potere, – approvata con un referendum nel 2015 -, ha obbedito.

«Nikol Pashinyan ha ragione, io torto»: con queste parole ha rassegnato le sue dimissioni l’ormai ex premier Serzh Sargsyan, in cima alla piramide del potere dall’indipendenza del Paese, raggiunta nel 1991. In Parlamento alle spalle aveva il partito repubblicano e quasi alcun avversario. L’opposizione reale era per le strade della sua città e continua a rimanerci. «Questa situazione richiede soluzioni, ma io non ne prenderò nessuna, lascio la carica», ha detto l’ex premier. L’aveva ottenuta lo scorso 9 aprile.
Ora il premier ad interim Karen Karapetyan,  al vertice di transizione, si dimetterà nei prossimi giorni. Ma di Pashinian ha detto: «che vuol dire candidato del popolo? Non conosco nessun Paese dove il primo ministro viene scelto in questo modo. Ci sono le elezioni per farlo. Se è la scelta del popolo, vuol dire che il popolo sceglierà lui».
Dalle lacrime per i gas sparati per disperdere i manifestanti a quelle di gioia. Centinaia di soldati che dovevano reprimere la protesta si sono uniti alla folla negli ultimi giorni. Gli scudi che dovevano levarsi per fermare il popolo in marcia verso il Parlamento alla fine si sono abbassati.
Ieri era una manifestazione non autorizzata, oggi una rivoluzione, domani non si sa. Il Paese è sempre stato nell’orbita del Cremlino, ospita due basi militari russe, è rimasto, – come dicono in Usa – “Moscow-friendly”. Nonostante il cambio di potere, continuerà ad esserlo, assicurano i russi e assicura lo stesso Pashinian. Il presidente Armen Sarkysian invece ha già avuto un colloquio telefonico con Putin. «Anche nei momenti più difficili della storia, siete un popolo unito» ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Ha concluso con: “Armenia, la Russia è sempre con te”.

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