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Tre casette dai tetti aguzzi, un prato verde, un piccolo ruscello. È in un posto così che ho festeggiato il 25 aprile 2018. Festeggiato? Si fa per dire… più esattamente: mi sono arrabbiata questo 25 aprile!
La banda, l’avvicendarsi di donne e uomini alla lettura di poesie partigiane, (quelle che conosciamo a memoria, ma sempre belle)… insomma il solito rito con un po’ di retorica, di quella è difficile fare a meno, ma ciò che mi ha fatto scattare è stato il fatto che anche in un minuscolo villaggio non c’è nessuna traccia di tutte le donne partigiane! A 73 anni le partigiane continuano a essere cancellate dalla storia.
Non che storiografia ufficiale e manuali scolastici si comportino meglio, sembrerebbe che le donne, non è che non abbiano fatto la Resistenza, è che non sono mai esistite!
Onore e merito quindi a Claudio Pavone, che nella sua monumentale Una guerra civile, dedica alle donne ben 10 righe, sì righe, non pagine. Ma alle donne bastano per esistere.
Gli uomini, l’8 settembre, furono “costretti” a schierarsi, ma le donne per quale mai ragione decisero di uscire dalle loro case e lottare, in tutte le forme e con tutti i mezzi? Quale moto interiore spinse 35mila donne a diventare partigiane combattenti, 20mila patriote, 70mila a partecipare ai gruppi di difesa della donna? E ancora: furono 512 le commissarie di guerra, 16 medaglie d’oro pagate anche con la vita e 17 medaglie d’argento; 2.900 fucilate o cadute in combattimento, 2.750 deportate e 4.653 arrestate e torturate. Si potrà dire che non si tratta di cifre stratosferiche, ma dimostrano che le donne c’erano: tante, coraggiose, intelligenti, e anche belle.
Hanno svolto tutti i lavori, combattuto con le armi e senza, sono state uccise; deportate, arrestate e torturate; deferite al tribunale speciale, inviate al confino e vigilate speciali durante il fascismo.
In Abruzzo sono state circa 300 le partigiane della banda “Conca di Sulmona”. Delle altre ricordiamo Mafalda de Bonis a Chieti, Iride Imperoli a Sulmona, Cesira Fiori con le donne di Barisciano, Pina Malferrari D’Aloisio nell’epopea di Pizzoferrato; Maria Auricchio e Dora Manzitti, passate per le armi a Lanciano durante la rivolta di settembre e a Teramo Giovannina di Filippo e Wjlma Badalini.
Ma quante sono le donne nella Resistenza? Secondo le indicazioni del comandante Boldrini dovremmo calcolare 15 persone in appoggio a ogni partigiano, in maggioranza donne arriveremmo alla cifra enorme di circa 100mila donne che noi non potremo mai conoscere perché molte non hanno chiesto alcun riconoscimento.
Le donne sono fatte così. Fanno quello che si deve fare: accoglier soldati in fuga e sbandati, ex prigionieri di guerra, 3mila fuggiti dal campo di Fonte d’Amore a Sulmona, renitenti alla leva. Il loro compito è stato sfamarli, rivestirli, curarli, aiutarli ad attraversare le linee nemiche, organizzare la fuga dei prigionieri dalle carceri fasciste, diffondere la stampa clandestina, costituire i Gdd (Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà), entrare nei Gap (Gruppi di azione patriottica) e imbracciare le armi, partecipare ad azioni di sabotaggio, scioperare, come nel marzo del 1943. A questo è stato dato un nome inaccettabile: maternage. Per natura le donne sarebbero mamme! Sempre e solo mamme!
Donne diventate “invisibili” già nel ’45. Rientrate nell’ombra, che da tempo immemorabile avvolge la vita delle donne.
Nei primi anni della Repubblica, molte guerre si combattono intorno alla memoria della Resistenza e per ingraziarsi i vincitori angloamericani e non pagare i nostri debiti di stragi e ammazzamenti perpetrati ai danni degli slavi si commettono enormi ingiustizie. Una guerra della memoria tra destra e sinistra, tra democristiani e comunisti, ma a rompere il fronte unitario delle donne furono le cattoliche, che fondarono il Cif (Centro italiano femminile), abbandonando i Gdd.
La nuova classe dirigente non dà alla donna alcuna chance di cambiamento, succube, ieri come oggi, dell’ideologia religiosa e molti storici di professione si sono fatti esecutori di queste direttive.
Le donne sono state due volte vittime di questa lotta: come donne e come partigiane. Sono desaparecidas dalla scena della storia, diventando invisibili; non rimosse, come piace tanto agli storici, termine che non ci dice nulla delle dinamiche che si sono messe in moto. Non ci dice come le donne sono state prima negate e poi annullate, dopo aver visto svalutato e sfregiato il loro operato: i comunisti impedirono loro di sfilare a Torino, con i partigiani, per una questione d’onore, per quelle che avevano combattuto, armi alla mano nei Gap o nelle formazioni, per quella promiscuità, mai vista prima, scandalosa, senza alcun controllo!
Si tratta di negazione/ svalutazione: «cosa avrai fatto di speciale? Solo maternage! non ti sei occupata solo della tua famiglia, sei diventata la mamma di tutti!», questo il luogo comune.
Il decreto legislativo luogotenenziale n. 518 del 21 agosto 1945 considera “partigiano combattente” solo chi ha fatto parte di una formazione per tre mesi e partecipato ad almeno tre operazioni armate, la legge non considera “vera Resistenza” l’attività non armata svolta, sia a livello individuale che collettivo o al di fuori delle formazioni partigiane. La distinzione tra partigiano combattente e patriota e tra Resistenza armata e non armata, ha comportato una vera e propria “militarizzazione della Resistenza” da cui ovviamente le donne sono state escluse. Si saranno convinte di aver sognato. Sognato di essere state coraggiose, di aver saputo resistere alle torture; sognato di essere state capaci di portare sporte della spesa piene di volantini, di armi, di giornali clandestini, in mezzo a tedeschi e fascisti. Ha sognato Pina D’Aloisio di camminare per ore nella neve alta, dopo aver lasciato il bosco, dove erano stati confinati per mesi e tornare a partorire nella sua casa, vuota, spoglia ma una casa, perché chi sta per venire alla luce abbia la dignità di un essere umano.
Le donne, svegliate da un principe terribile: guerra e nazifascismo, dopo una breve stagione, tornano al sonno di sempre. La grande delusione del dopoguerra, le necessità della ricostruzione uccidono la speranza di una vita diversa. Saranno loro le prime a sostenere che in fondo non hanno fatto “nulla”, nulla di eccezionale, saranno loro le prime a negare se stesse.
E così hanno taciuto. Hanno taciuto le donne che avevano subito violenza: dai fascisti, dai nazisti, e ancora violenza dai “liberatori”. In tante città, molte, troppe, c’era una “Villa Triste”, una casa degli orrori, delle torture, come a Trieste dove venne rinchiusa Maria Giorgi, moglie e sorella di partigiani che ne uscì gravemente menomata nel fisico ma ancor più nello psichico, tanto da essere ricoverata nel manicomio di Collemaggio a L’Aquila. E fu Cesira Fiori, che la ospitava, a trarla fuori con uno stratagemma e a portarsela a casa e lei si fece partigiana, a dispetto delle precarie condizioni mentali.
Anche le deportate hanno taciuto di fronte al disinteresse di madri e sorelle, che avevano a noia il racconto delle loro sofferenze.
Sono state le storiche, gli artisti, gli scrittori, i registi, uomini dalla straordinaria umanità, a insegnare alle donne che loro, non avevano “dato una mano” alla Resistenza, ma “avevano fatto” la Resistenza e molte hanno cominciato a narrare, a dire e si sono riprese la loro vita. Altre hanno deciso di parlare quando hanno visto che quelli contro cui avevano combattuto e rischiato la vita, quegli stessi, erano di nuovo al potere. Sdoganati. Una parola elegante, che non dice nulla sull’umano, sui dolori, i tormenti e i desideri di uomini e donne.
Magnifiche donne combattenti.
Ma noi queste stupende donne, dotate di un coraggio inarrivabile, donne umanissime, con tutti i loro cedimenti, speranze e titubanze, ce le meritiamo? Sospetto, che solo una giusta e veritiera risposta a questa domanda possa dare un senso alle nostre vite e alle nostre lotte.
Questo è il tempo delle risposte, il tempo di spezzare negazioni e annullamenti e riprendere e continuare la loro lotta di libertà e di civiltà.

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