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In Africa le strade della libera espressione sono sempre più strette da percorrere. Il 5 maggio è l’ultimo giorno: il tempo per mettersi in regola concesso dalle autorità della Tanzania ai blogger del Paese. L’obiettivo dell’operazione è il controllo di internet.

Chi vuole avere un blog in Tanzania adesso deve registrarsi in una lista statale, mostrare documenti personali e fiscali, certificato di laurea e del conto in banca. Poi dovrà cominciare a seguire regole rigorose stilate dal governo per i contenuti online e ridimensionare l’uso libero di internet.

Non solo intimidazioni ed arresti: il dissenso e la libertà di parola, da quando John Magufuli è stato eletto nel 2015, si reprimono anche con burocrazia e tasse. La licenza governativa per un blog in quell’angolo d’Africa costa adesso 930 dollari. Sarà obbligato a pagare anche chi partecipa a forum online o chi usa canali pubblici come Youtube. Chi decide di non registrarsi può finire in prigione per un anno oppure pagare una multa di 2200 dollari.

Dall’altro lato del lago Vittoria, in Uganda, il presidente Yoweri Museveni vuole imporre un contributo quotidiano di cento scellini ugandesi per tassare gli utenti dei social media e limitare così l’uso di Facebook e Twitter. Due gli obiettivi: riempire le casse vuote del governo e limitare “opinioni, pregiudizi, bugie” che si diffondono su di lui in rete.
Museveni ha già completamente bloccato l’accesso ai social media durante le elezioni del 2016, una misura di sicurezza “per prevenire bugie che avrebbero incitato alla violenza e a dichiarazioni illegali dei risultati elettorali”. Già al potere dal 1986, Museveni si è dichiarato vincitore per il terzo mandato elettorale anche due anni fa.
Il Camerun invece ha “spento” internet per la prima volta nel gennaio 2017, durante le manifestazioni dei cittadini delle regioni anglofone, che protestavano per la discriminazione lavorativa subita dallo Stato rispetto agli abitanti delle zone francofone. Internet tornò accessibile mesi dopo, ad aprile, ma una nuova digital blockade, assedio digitale delle applicazioni di messaggistica e social media, ricominciò ad ottobre dello stesso anno.
In Africa questa è «una lunga discesa verso la censura nella migliore delle ipotesi, nell’autoritarismo nel peggiore dei casi. Solo i governi dittatoriali richiedono che i blogger abbiano una licenza e paghino tasse esorbitanti. Mossa caratteristica dei tiranni è limitare la copertura dei media attraverso intimidazioni, molestie, multe o tasse. E se non dovesse rivelarsi abbastanza, un totale blocco di internet è quello che diffonde la paura tra i reporter», ha scritto Larry Madowo, della BBC Africa, sul Washington Post.

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