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«Ho aspettato la caduta di Saddam Hussein dagli anni Settanta. Vi ho aspettato, leader sciiti, ma guardate cosa ci fate? Le strade sono sporche, ci sono buche ovunque. Venti anni fa Bassora era terribile, ma si stava meglio di ora». Le parole del professore in pensione Mowafaq Abdul Ghani esprimono meglio di qualunque analisi politica il sentimento di delusione degli sciiti a 15 anni dalla caduta di Saddam Hussein. Uniti durante i decenni di oppressione del rais, gli sciiti (circa il 60 per cento della popolazione in Iraq) si presentano divisi in cinque blocchi alle elezioni parlamentari del 12 maggio quando 24,5 milioni di iracheni dovranno eleggere i 329 membri del Consiglio dei rappresentanti che nomineranno presidente e primo ministro. Elezioni importanti (le prime dopo la sconfitta dell’autoproclamato Stato islamico) che giungono dopo una lunga campagna elettorale dai toni aspri e intervallata dai sanguinosi attacchi jihadisti.

I due principali raggruppamenti nascono dalla divisione del blocco Stato di legge in due differenti liste: l’Alleanza della vittoria del primo ministro al-Abadi e quella dell’ex-premier Nuri al-Maliki. Al-Abadi, che ha scalzato al-Maliki alla guida del Paese nel 2014, si presenta a capo di un blocco non settario capace di mettere insieme «tutte le etnie e confessioni» e ha provato a capitalizzare in questi mesi la vittoria militare del suo governo contro i jihadisti dello Stato islamico, l’Is. Contrariamente ad al-Abadi, al-Maliki ha provato a riconquistare la premiership proponendosi come il paladino degli sciiti, vantandosi di essere stato colui che ha firmato la condanna a morte di Saddam nel 2006 e che non ha permesso alle truppe di occupazione statunitensi di restare in Iraq oltre il 2011.

Leader settario vicino all’Iran, contrariamente ad al-Abadi che ha aperto ai sauditi, nei suoi 8 anni di governo al-Maliki ha creato un sistema politico intriso di clientelismo e corruzione, la cui debolezza è…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola


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