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«Voi che scappate da persecuzioni, terrore e guerra, noi canadesi vi accoglieremo, a prescindere dal vostro credo. La diversità è la nostra forza. Benvenuti in Canada». Lo scriveva il premier Trudeau su twitter nel gennaio 2017.

Un anno dopo quelle parole, nel 2018, verranno ammessi nel Paese 310mila rifugiati, ma la politica dell’accoglienza coltivata negli ultimi anni dal governo, supportata, va detto, dalla gran parte della popolazione, è nel mirino dell’opposizione conservatrice e sottoposta allo stress dei negoziati con i vicini di Washington. Le porte del paradiso canadese non stanno per chiudersi, ma potrebbero essere, d’ora in poi, più difficili da raggiungere.

Il numero di migranti che dal confine americano giungono a piedi in Canada è in continuo aumento, soprattutto dopo la vittoria alle elezioni di Donald Trump e la sua politica dei muri. Nel 2016 in 7mila sono entrati via terra, il 63% in più dell’anno precedente, secondo la Canada Border Services Agency. Nel 2017 sono stati quasi il triplo, oltre 20mila: da passaggi non sorvegliati alla frontiera, attraverso siti remoti del confine dei due Paesi, hanno sfidato il gelo, temperature sotto zero e neve, un passo dopo l’altro. La maggior parte di loro arriva da Haiti e Nigeria, ma molti sono minori non accompagnati, figli di migranti che hanno raggiunto gli Stati Uniti.

«All’inizio al Canada piaceva sentirsi moralmente superiore, poi ha cominciato a preoccuparsi che i richiedenti asilo fossero migranti economici. L’opposizione dei conservatori ha accusato il governo di perdere il controllo della migrazione. Queste accuse minano il consenso sulla politica migratoria, che comunque rimane generosa: il Canada quest’anno ammetterà 310mila migranti e rifugiati, equivalenti allo 0,8% della sua popolazione», scrive l’Economist.

I conservatori del Paese adesso vogliono un piano “alla crisi” creata dai liberali di Trudeau, un progetto alternativo alla “welcome-to-Canada policy”, la politica del benvenuti nel Paese. Il ministro dei trasporti Marc Garneau ha risposto «consiglio ai miei colleghi di scegliere le parole attentamente, informazioni false e retorica incendiaria nutrono le fiamme della paura e divisione».

Ma anche altri si sono uniti al coro del blocco migratorio. David Heurtel, ministro per l’immigrazione del Quebec, ha detto il mese scorso: «non si tratta di soldi. Si tratta di dire che il Quebec può fare la sua parte, ma le nostre risorse sono completamente sature e non possiamo fare di più».

Per il primo ministro Trudeau il problema di immigrazione clandestina in corso è attribuibile a mesi di negoziati infruttuosi con l’amministrazione Trump. E ha continuato a difendere la sua politica. Trudeau infatti ha affermato che «è assolutamente irresponsabile da parte dei conservatori suscitare paure e preoccupazioni sul nostro sistema di immigrazione e sui rifugiati».

Comunque «attraversare il confine in un modo che cerca di eludere la legge o sfidare la procedura corretta non è un biglietto gratuito per il Canada», ha detto invece pochi giorni fa Ralph Goodale, il ministro della sicurezza pubblica del Paese. I funzionari governativi ritengono che oltre il 90% di coloro che entrano in Canada non soddisfano i criteri per essere considerati rifugiati: «devono dimostrare di aver bisogno della protezione del Canada per essere al sicuro», ha detto Goodale, «cercare asilo non è una scorciatoia per aggirare le normali regole e procedure di immigrazione».

Intanto al Paese che ha teso la mano più di altri ai rifugiati in questi anni di crisi, affinché non inverta la sua rotta solidale, Amnesty Canada ha già lanciato il suo appello: «Canada, non abbandonare i rifugiati, gli Usa non sono più un luogo sicuro».

 

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