Palestina, lotta e lutto. Tra le ultime vittime c’è Laila Anwar Al Ghandour. Aveva otto mesi e, secondo il ministro della salute di Gaza, ad ucciderla è stato il gas inalato ieri, 14 maggio, durante le proteste al confine tra Gaza e Israele. La Spoon River palestinese 2018 si allunga ora dopo ora. Ad oggi si parla di 60 vittime. Gaza il giorno dopo ha il viso rigato dal pianto.

Il 14 maggio è stato il giorno più sanguinoso a Gaza dalla guerra del 2014. È la nuova nakba, “la nuova catastrofe”. È il giorno in cui si ricorda quella del 1948, come accade ogni anno da allora, – per onorare la memoria di chi è stato cacciato dalla propria casa e villaggi nell’anno di fondazione dello Stato di Israele -. Il giorno dopo, 15 maggio, è scattato lo sciopero generale per i palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme est con tre giornate di lutto. E le famiglie si preparano ad affrontare la cerimonia dei funerali nell’enclave palestinese. Per Khaled Batch, capo della base del comitato organizzatore della protesta, il 15 maggio è il giorno per piangere intorno ai feretri. Non ha parlato di altre marce previste nei pressi del confine.

Mentre a Gerusalemme apre l’ambasciata degli Stati Uniti, a Gaza muoiono sessanta persone in meno di 24 ore. Mentre Ivanka Trump partecipava all’inaugurazione della nuova, lussuosa, scintillante sede diplomatica americana, circondata da personalità politiche e dello spettacolo, i palestinesi perdevano la vita sotto una pioggia di gas lacrimogeni, nel fumo nero delle bombe carta, mentre fischiavano proiettili. “È un great day” per Israele, un grande giorno per Israele, come l’ha definito Donald Trump su Twitter. Il premier Benjamin Netanyahu, addossando la colpa ad Hamas, ha ribadito che non è responsabile il suo esercito, perché «ogni Paese ha l’obbligo di difendere i suoi confini». Ha fatto eco al primo ministro israeliano il genero di Trump, Jared Kushner: «le violenze del mese scorso e di oggi, sono parte del problema, non della soluzione». Mentre parlavano sul podio bianco, a pochi chilometri dal confine, nella polvere e nel fuoco, i palestinesi facevano i conti con il giorno più sanguinoso da molti anni.

Ieri in 58 sono morti, 2700 sono rimasti feriti da lacrimogeni, proiettili e bombe incendiarie che l’Idf, l’esercito israeliano, ha sparato da punti diversi a ridosso della recinzione che divide i due confini. Ieri è avvenuto “un genocidio”. Il presidente turco Tayyip Erdogan ha minacciato di ritirare i suoi ambasciatori da Usa e Israele. Per lo stesso motivo, – «una violenta aggressione compiuta dalle forze armate di Israele» – , il Sud Africa ha richiamato i suoi diplomatici da Israele. Anzi, oggi, 15 maggio, manifestazioni di proteste contro l’attacco a Gaza si sono tenute a Cape Town promosse da attivisti dei diritti umani di cui fanno parte anche ebrei sudafricani.

Nelle ultime settimane sono cominciate le manifestazioni della lunga marcia del ritorno. Dal 30 marzo scorso, giorno di inizio, fino ad oggi, 15 maggio, per il momento sono 107 i palestinesi che hanno perso la vita, in 12mila sono rimasti feriti. Per quello che è accaduto il 14 maggio Zeid Ra’ad Hussein, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha detto che «chi è responsabile di una così orribile violazione dei diritti umani» deve essere tenuto in considerazione e che «la comunità internazionale deve garantire giustizia alle vittime». A 70 anni esatti dalla nascita dello Stato d’Israele, forse a Gaza nessuno ci crede.

Oggi, 15 maggio, a Roma, ore 17,30, presidio per la Palestina a piazza Montecitorio, promossa dalla Rete romana di solidarietà con il popolo palestinese.

 

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