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Prima che la catastrofe abbia inizio, un uomo affetta carote nella cucina di una tipica casa americana sotto gli occhi di sua moglie e della suocera. La seconda, una femminista ormai anziana, commenta: «Tu non hai idea di quante donne siano morte perché arrivassimo a vedere questo». È una scena de Il racconto dell’ancella, fiction Tv tratta dall’omonimo romanzo dell’autrice canadese, oltre che attivista e femminista, Margaret Atwood (classe 1939). Nello Stato distopico di Galaad, incastonato fra Usa e Canada, un colpo di stato integralista cristiano ha instaurato un regime totalitario con lo scopo di porre rimedio al male che affligge la Terra: la sterilità femminile. A narrare la vicenda attraverso un misterioso diario ritrovato fra le rovine della dittatura ormai decaduta è una delle “ancelle”, ovvero le poche donne ancora fertili e perciò rese schiave degli ufficiali del regime, i Comandanti, che hanno con loro rapporti sessuali finalizzati esclusivamente alla procreazione. La vita delle ancelle e delle donne in generale, ridotta a una sopravvivenza in stato di segregazione di grado variabile in funzione di gerarchie di matrice biblica, non ha altro valore.

Di questa, e di altre storie fantascientifiche di ieri e di oggi con protagoniste donne e scritte da donne, hanno parlato al Salone internazionale del libro di Torino cinque scrittrici italiane: Maria Serena Sapegno, Giusi Marchetta, Veronica Raimo e Simona Vinci, con la moderazione di Loredana Lipperini. Ciascuna di loro ha scelto un’altra scrittrice, eleggendola a “signora del fantastico”. A torto ritenuto un genere a predominio maschile, e a dispetto di chi pretende di spiegarne l’essenza in termini di ricerca letteraria a esclusivo sfondo scientifico di stampo positivista, la fantascienza è in realtà dominio dell’irrazionale per eccellenza, dell’immaginazione spinta ben oltre il limite del reale e di ciò che è sperimentalmente verificabile. Non sorprende quindi che molti dei più recenti premi internazionali di letteratura fantascientifica siano stati assegnati a donne.

Ma la mano femminile all’interno di questo genere di scrittura non inizia certo a muoversi solo nel nostro secolo. Anzi, a ben vedere la fantascienza nasce femmina (e forse femminista), visto che quello che viene considerato come il primo romanzo fantascientifico dell’epoca moderna è Frankenstein di Mary Shelley. Nella ribellione all’anaffettività del suo creatore, il ghiaccio polare in cui il Mostro si rifugia alla fine della storia, si cela la rivolta dell’autrice contro la fredda razionalità dell’ambiente in cui visse. Il romanzo divenne così rappresentazione della rivolta alla figura paterna, l’anarchico illuminista William Godwin, da parte di una giovane donna nata con il marchio dell’aver “ucciso la propria madre” (la filosofa Mary Wollstonecraft, anticipatrice del femminismo, morta di febbre puerperale qualche giorno dopo averla partorita), e che visse nel segno del lutto: oltre alla madre, perse infatti il marito e due dei tre figli, e infine morì di malattia a soli 54 anni. Il romanzo, disse l’autrice, era nato da un sogno che aveva fatto, quindi da un’immagine inconscia che dalle profondità del suo vissuto è cresciuta nei secoli fino a diventare uno dei miti più potenti della storia della letteratura, ben al di là della semplice ricerca illuminista sulle rischiose conseguenze di una scienza che travalichi i limiti della morale.

L’essenza più autentica della fantascienza insomma, il genere che “parla del futuro per raccontare il presente”, come accade anche nel romanzo di Atwood. Non è un caso se, pur scritto nel lontano 1985, Il racconto dell’ancella è stato trasposto in versione televisiva solo trent’anni più tardi, quando le stesse libertà per le quali il femminismo ha combattuto sono di nuovo a rischio: viene da pensare, ad esempio, all’attacco frontale di questi giorni alla legge 194 attraverso irrealistiche e antiscientifiche sentenze di moralismo intransigente, molto simili a quelle immaginate nella distopia di Galaad. E così, come anche nel caso de Le Sirene di Laura Pugno, “allevate” in vasca per essere sfruttate, a essere violento non è il racconto in sé, ma la realtà che esso descrive con lo scopo di ammonire sulle possibili conseguenze di quotidiani comportamenti, di decisioni politiche che via via rosicchiano, negano, polverizzano le precedenti realizzazioni di identità umana e sociale delle donne.

Il regime autoritario di Galaad, nel romanzo di Atwood, non è sorto in un solo giorno, ma è stato pianificato e realizzato gradualmente e con lucida efficienza maschile, e se la protagonista ha ancora il privilegio della memoria di un passato diverso, le prossime generazioni di donne «non potranno voler recuperare qualcosa che non hanno mai conosciuto». È il femminismo fantascientifico come cultura della vigilanza sull’eredità che rappresenta il patrimonio di realizzazioni acquisite, contro gli attacchi che da più parti possono provenire.

È di qualche settimana fa la pubblicazione de Le visionarie, antologia “trans-storica” curata da Jeff e Ann VanderMeer e composta da ventinove racconti che «tratteggiano i contorni di un mondo di volta in volta futuristico, inquietante, onirico o semplicemente strano», come scrive l’editore, Nero editions. Racconti scritti da donne «che hanno fatto la storia e il presente della narrativa fantastica» (finalmente non solo anglosassoni) e tradotti in italiano da altrettante scrittrici o giornaliste coordinate da Claudia Durastanti e Veronica Raimo. Una fra tutte, Ursula K. Le Guin, recentemente scomparsa, fautrice di una fantascienza profondamente umanista, laica, libertaria, scrittrice capace di rivendicare con orgoglio la propria appartenenza al genere, senza il timore di sfidare la cosiddetta “narrativa realista” al prezzo della rinuncia a successi commerciali tanto facili quanto nocivi alla qualità della creazione letteraria.

Non riesce invece ad affrancarsi da una visione cupa e alienata dell’esistenza il filone di autrici di stampo più nettamente dell’orrore, come la contemporanea argentina Mariana Enriquez, nonostante il timbro spesso ironico, o che si collocano in un gotico d’antan come la “maestra dell’orrore” (la definizione è di Stephen King) Shirley Jackson, la cui prosa prende ancora una volta le mosse da una reazione di rifiuto all’autoritarismo familiare, in questo caso negli Usa degli anni 50. Passata alla storia per il racconto La lotteria, alla sua epoca Jackson raggiunse la fama per le cronache “casalinghe”, le cui protagoniste sono sempre in contrasto con la figura materna. Quando fu ricoverata in ospedale per parto e all’accettazione dichiarò che la sua professione era «scrittrice», si sentì rispondere «okay, scriviamo casalinga». Parole che, a quanto sembra, furono pronunciate da un’impiegata donna. A quel tempo si poteva accettare, sebbene a fatica, che una donna si ribellasse; ma che lo facesse scrivendo, e scrivendo letteratura dell’immaginario, era davvero troppo. Oggi le cose sono ben diverse. «Molte scrittrici sono morte, perché accadesse questo» viene da dire a noi, parafrasando la suocera dell’ancella.

Riconfermato, nel frattempo, il tandem Bray – Lagioia alla guida del Salone torinese, che quest’anno ha raggiunto numeri da record. Ben 144.386 ingressi, superando i dati dell’edizione 2017

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