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Se la fortuna, l’orizzonte e le onde li avessero assistiti, le loro speranze si sarebbero realizzate e avrebbero raggiunto le coste spagnole. Guardavano il mare che li separava dall’Europa nel 2005, ormai molti anni fa, 50 africani. Erano migranti ma forse non si saprà mai esattamente da quali villaggi e Paesi erano arrivati fin lì, su quella spiaggia. Sono stati uccisi da una squadra d’assalto – i Junglers – che li ha scambiati per mercenari che volevano rovesciare il governo del Paese: il Gambia.

Questa storia ritorna alla luce adesso perché le organizzazioni dei diritti umani stanno cercando di far aprire un’inchiesta e il 16 maggio hanno reso note delle prove e testimonianze su quel massacro. I Junglers prendevano ordini dall’uomo più potente della nazione, il presidente Yahya Jammeh.

Tra i migranti fermati sulla spiaggia nel 2005 in 44 arrivavano dal Ghana, altri dalla Nigeria, altri dall’Africa dell’Ovest. Insieme alla squadra della morte dei Junglers c’erano ufficiali di alto rango del Paese – l’ispettore generale della polizia, il capo dell’agenzia di intelligence del Gambia, il capo dello staff della difesa e quello della guardia nazionale. Dopo averli torturati, una settimana dopo, i Junglers hanno ucciso i migranti al confine con il Senegal, nei pressi di Kanilai. Ora cominciano ad essere disseppelliti dalle fosse comuni.

Trial International e Human Rights Watch adesso accusano l’ex presidente Jammeh di aver dato l’ordine di ucciderli. Le ong hanno intervistato 30 ex ufficiali del presidente, 11 dei quali direttamente coinvolti nelle esecuzioni, dice il report HRW.

Ma a raccontare questa storia per la prima volta a HRW è stato Martin Kyere, ghanese, unico e solo sopravvissuto del massacro. Prima detenuto nella stazione di polizia, portato poi nella foresta per essere torturato e ucciso, Kyere si è rocambolescamente liberato ed è riuscito a scappare.

«I migranti africani non sono stati uccisi da delinquenti, ma da una squadra della morte paramilitare che prendeva ordini dal presidente Jammeh, hanno distrutto elementi chiave per evitare che gli investigatori internazionali conoscessero la verità» ha detto Reed Brody, consulente HRW. Jammeh ha regnato con la violenza brutale per 22 anni dalla capitale Banjul, ricorrendo ad abusi dei diritti umani, sparizioni forzate, omicidi extragiudiziali, detenzione arbitraria.

Ora «cerchiamo di farlo estradare in Ghana per processarlo per i suoi crimini» ha detto Brody. Jammeh ha perso le elezioni presidenziali nel 2016 contro Adama Barrow e dal 2017 vive in esilio in Guinea equatoriale. È dallo stesso anno che HRW e altre ong per i diritti umani tentano di assicurarlo alla giustizia.

 

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