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Di fianco alla stufa, il tempo scorre lieve. Il tintinnare del cucchiaino nella porcellana si spegne dolcemente in un sapore suadente di crnj čaj, tè nero, mentre fuori il freddo mostra i denti di un febbraio bosniaco rigido ma ancora senza neve. Che anno sarà stato? Il 2004, forse il 2005. Fino a pochi istanti prima ho ascoltato storie imperiali e socialiste, asburgiche e jugoslave, ambientate tra la Dalmazia, Sarajevo e Vienna, con puntate a Praga e a Trieste e chissà dove altro in quell’Europa fors’anche romantica ma oramai del tutto decaduta. Estinta. Ho ascoltato storie di famiglia visualizzandole come in un film, un Via col vento balcanico dal finale sempre e comunque tragico. Con il calore in bocca a sciogliere membra e parole, istintivamente fisso qualcosa nel muro dirimpetto a me in questo salone arredato col gusto di Elisabetta di Baviera, già imperatrice d’Austria-Ungheria. Una toppa nel muro. Una piccola toppa rappezzata bene, eppure ancora visibile.

«Il mio Faruk era lì, seduto davanti a me, come ora lo sei tu», mi dice d’un tratto Kanita-Ita Fočak, guardandomi sorridente da dietro la montatura agile e colorata degli occhiali da vista. Lei, architetto e anima storica e culturale della sua Sarajevo, il 10 maggio 1992, all’inizio del secondo mese dell’assedio più lungo della storia bellica europea del Novecento (1.445 giorni), era seduta in quello stesso salone accanto al suo Faruk. In quel preciso punto. «Quel giorno ci furono tante esplosioni e molti spari – ricorda -. Mio marito sarebbe voluto andare a vedere come stesse una sua cugina, che viveva non lontana da noi, ma riuscii a dissuaderlo. Ci rifugiammo col nostro bimbo di tre anni, Faris, in un microscopico ricovero di due metri quadrati che lui stesso aveva ricavato sotto alle scale. Quando i bombardamenti diminuirono, trovammo il coraggio di salire su in salone».

Stavano lì, guardando…

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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