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«Me ne andai da Panorama quando a Rizzoli subentrò Mondadori», racconta, visibilmente emozionato, il 90enne politologo e storico Giorgio Galli, nel bel mezzo della presentazione del saggio dell’economista Andrea Ventura, Il flagello del neoliberismo – Alla ricerca di una nuova socialità‘ (L’Asino d’oro ed., 2018). Erano gli anni Settanta e Galli, estimatore di Antonio Gramsci e Riccardo Lombardi, era uno degli opinionisti di punta del settimanale. Di preciso accadde al termine di una lectio magistralis sulla contrapposizione storica tra la teoria marxista e la teoria neoclassica, il neoliberismo – «Flagello è la parola perfetta per descriverlo», sottolinea più volte il politologo, quando si passa «alla ricerca di una nuova società».

Con Galli e Ventura alla libreria Odradek di Milano c’è anche l’economista Ernesto Longobardi di fronte a un pubblico attento e coinvolto. La conversazione con l’autore ruota intorno al quesito su come uscire, appunto, dal «flagello del neoliberismo» che ha, ovunque in Europa, prodotto diseguaglianze economiche e sociali, impoverimento, non solo materiale, delle persone e crollo di ogni possibile speranza per il futuro, in particolare per giovani e millenials.

Da storico Galli ricostruisce i passaggi chiave del ‘900, quando si fecero le riforme che cambiarono le condizioni di vita della gente: il Welfare state, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, la scuola dell’obbligo, la sanità universale, il divorzio, l’aborto, e sulla successiva involuzione, a partire dai primi anni del duemila, quando a dominare è stata ‘la terza via’ neoliberista, molto interessata al facile e veloce guadagno e per nulla alla qualità della vita delle persone. E qui è stato immediato il riferimento alla teoria della nascita di Massimo Fagioli e alla sua «idea straordinaria» di fare la distinzione tra «bisogni ed esigenze» delle persone, un’idea che attraversa il libro di Ventura che pertanto per approfondire vi invitiamo a leggere.

«La sinistra italiana nella grande maggioranza – prosegue Galli -, per aver identificato la Russia con il marxismo e il socialismo quando ha visto crollare l’Urss ha creduto che fosse crollato anche questo grande prodotto culturale, il marxismo, che avrebbe permesso di capire il capitalismo globalizzato delle multinazionali che governano il mondo». Globalizzazione che, inesistente prima del 1994 nei dizionari, comparve dal nulla proprio in quel momento e per una ragione: rendere inevitabile, anzi benigno, il progetto di egemonia culturale dell’Occidente, il neoliberismo, che dato come il futuro successivo al crollo dell’Urss, è oggi sull’orlo del collasso. Un fallimento che coincide con l’avanzata dei populisti. Come dire, dalla padella nella brace. Come se ne esce?

«Riprendere la critica al capitalismo è necessario, non è però sufficiente. L’obiettivo è far sintesi, trovare un punto d’incontro tra di noi. Cioè tra la mia tesi – secondo cui il mondo è governato da 500 multinazionali, con al vertice le 5 più potenti che controllano l’informatica e quindi l’informazione – e quella sostenuta da Ventura che a partire dalla distinzione tra bisogni e esigenze (che in Marx non c’è), indica su quali basi, oltre la morale religiosa e le teorie del passato, possa trovare fondamento la necessità storica di un nuovo patto sociale per lo sviluppo e il benessere di tutti».

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