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«Il nostro cliente è la Terra: luce, sole, ombra, la forza di gravità sono gli elementi con cui l’architettura si relaziona. Su queste risorse gratuite e sulle qualità ad esse legate concentreremo la nostra attenzione. Invitiamo tutti i partecipanti a rivelare il proprio freespace, così che insieme si possa mostrare la capacità dell’architettura di collegarsi al tempo, al luogo, alle persone». Questo in sintesi il contenuto di Freespace, il manifesto programmatico della prossima Biennale di architettura che apre i battenti il 26 maggio e resterà in scena fino al 25 novembre.

La sedicesima edizione è curata dalle due progettiste Yvonne Farrell e Shelley McNamara, fondatrici dello studio Grafton architects di Dublino che ha firmato a Milano la realizzazione del nuovo edificio dell’Università Bocconi e nella terra d’origine numerose opere di rilievo, frutto di oltre quaranta anni di sodalizio professionale. Il taglio impresso alla manifestazione è quello di un Forum della durata di sei mesi in cui le idee sull’architettura si possano aprire al mondo, focalizzandosi su temi che sollecitino e aprano riflessioni sulla generosità e sull’incontro con gli esseri umani nella convinzione che tutti hanno il diritto di beneficiare dell’architettura.

Il manifesto riporta alcuni interventi concreti a chiarimento di questi propositi: il Museo di arte moderna di Lina Bo Bardi a San Paolo, che sopraeleva il volume dal suolo non per vezzo personale ma per permettere l’osservazione della città da un punto privilegiato; la panca all’ingresso della casa Can Lis di Maiorca a firma di Jorn Utzon, con una seduta modellata sul corpo umano; o le sedute di Palazzo Medici Riccardi a Firenze, concepite come uno spazio pubblico.

«È proprio la parte di umanità che manca nell’architettura quella che noi cerchiamo», dichiarano le curatrici, le quali…

L’articolo di Matteo Sintini prosegue su Left in edicola


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