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Insieme al Partito socialista portoghese al governo del Paese con il suo segretario Antonio Costa, il Partito laburista del Regno Unito è l’unico partito socialista d’Europa a godere di una ottima salute sia a livello elettorale che, soprattutto, a livello di militanza e partecipazione attiva da parte degli iscritti. Sotto la guida di Jeremy Corbyn, infatti, il Labour è passato da un numero di iscritti consolidato intorno alle 200mila unità dagli inizi degli anni 2000, agli oltre 550mila iscritti del 2018, più di tutti gli altri partiti del Regno Unito messi insieme.

Quali sono le ragioni di questa straordinaria vitalità di un partito che, fino al 2015, sembrava destinato a fare la fine di tutti i suoi epigoni continentali, diretti verso quella che è stata definita la “destinazione Pasok”, facendo riferimento alla scomparsa, dalle urne e dalla società, del partito socialista greco, una volta potentissimo e popolarissimo? E soprattutto, ci sono delle buone pratiche che si possono “importare” da quel modello? A parere di chi scrive l’elemento fondamentale che sta alla base della rinascita laburista è il rinvigorito legame, in realtà mai spezzato, tra partito e sindacati.

Per analizzare questo punto è necessaria una breve parentesi storica utile a contestualizzare. Il Labour, caso credo unico nel panorama dei grandi partiti socialisti europei, nasce per la volontà dei sindacati e della classe operaia di avere una propria rappresentanza parlamentare. Nel percorso di emancipazione del movimento operaio, dunque, la nascita del grande partito di riferimento della classe lavoratrice arriva dopo e grazie alle grandi organizzazioni sindacali. Un processo se vogliamo inverso a quello, per esempio, svoltosi in Italia dove la nascita del Partito socialista e del Partito comunista precede di decenni la formazione di un grande sindacato di riferimento che, nella formula classica, era una “cinghia di trasmissione del partito” e non una…

L’articolo di Domenico Cerabona prosegue su Left in edicola


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