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Attori e registi teatrali hanno occupato, lo scorso 21 maggio, a Roma la Fondazione Nicolò Piccolomini per denunciare il commissariamento, da parte della Regione Lazio, di quell’ente intitolato al conte-attore scomparso nel 1943. Che ha come scopo statutario quello di fornire aiuti economici agli interpreti teatrali anziani e indigenti. Commissariamento ingiustificato, a detta degli artefici della mobilitazione, perché basato su presunte irregolarità amministrative. Mai comunicate alla Fondazione e quindi tutte da verificare. Ma questo è solo l’ultimo capitolo di una storia recente fatta di battaglie tra Regione (ma non solo) e Fondazione.

Da dove partire quindi? Dall’inquadrare la Fondazione Piccolomini, situata nei pressi di S. Pietro (via Aurelia antica). Un’ Ipab (Istituto pubblico di assistenza e beneficenza) che in quanto tale è sotto il controllo della Regione di appartenenza, che ne nomina il Cda composto da 5 consiglieri (2 designati da Regione, 1 a testa da Comune di Roma, Accademia nazionale arte drammatica e sindacati degli artisti drammatici). Con una particolarità. Quella di non ricevere contributi pubblici perché dotata di autonomia patrimoniale: il lascito testamentario di Nicolò Piccolomini. Una serie di terreni situati nei pressi della Fondazione (tra i quali l’omonima Villa), grazie alla cui gestione (affitto tramite bandi pubblici) l’ente reperisce i fondi per aiutare gli attori teatrali anziani indigenti. Una categoria di lavoratori notevolmente in difficoltà dal punto di vista del welfare.

Dicevamo però di battaglie tra la Fondazione e la Regione Lazio, la prima delle quali risale all’incirca al 2006, quando l’allora Presidente Marrazzo, dopo la morte di un importante consigliere della Fondazione – l’attore Gianpiero Bianchi – e le dimissioni di altri due, decise di commissariare l’ente. «Poteva farlo – spiega a Left Benedetta Buccellato, attrice e presidente della Fondazione dal 2010 – ma avrebbe anche dovuto dimostrare perché non poteva nominare un nuovo Cda invece di commissariare». In quel periodo tutta Villa Piccolomini viene affittata alla Regione, che ne fa una propria sede di rappresentanza. Nel 2009 però si scopre che la Fondazione da due anni non erogava aiuti economici, non assolvendo così ai suoi scopi statutari. Cosa che se fosse successa per il terzo anno di fila avrebbe causato la chiusura dell’ente. A quel punto gli attori occupano la Villa, e in soli tre giorni arriva la firma di Marrazzo per la delibera di un nuovo Cda, nel quale Buccellato entra come consigliere designato dai sindacati, e dove il presidente è Luca Voglino, già Commissario nominato da Marrazzo.

Le sorprese però non finiscono lì, perché viene alla luce che la Regione non pagava con regolarità l’affitto della villa, e soprattutto che il contratto di locazione non era stato firmato. Elementi che portarono Voglino alle dimissioni. «Da li però iniziò un processo irreversibile» racconta Buccellato – che subentrò come Presidente – con il quale gli attori iniziarono ad occuparsi direttamente della Fondazione, riordinando il patrimonio immobiliare (abbandonato da decenni di incuria) e mettendolo a reddito. Portarono quindi l’ente ad un attivo di bilancio sempre maggiore, aumentando quindi gli aiuti economici, con oltre 500 contributi erogati dal 2009 ad oggi.
Irreversibili però, denunciano gli attori, sono state anche le “interferenze”, a cominciare sempre dalla Regione che nel 2013, sotto il governatore Zingaretti, alla naturale scadenza del Cda del 2009, attese nove mesi per nominarne uno nuovo. Per motivazioni mai del tutto comprese, come confermato da Buccellato, malgrado l’obbligo, da parte della Regione, di nominare per legge un nuovo Cda degli enti controllati prima che questo scada. Cda che, anche in quel caso, fu nominato solo a seguito di una mobilitazione da parte degli artisti. Con il risultato però che quei mesi di paralisi dell’ente, senza una guida, rappresentarono un danno economico (alcuni degli affittuari non pagavano il canone), faticosamente rimediato. Danni che si sommano a quelli causati “dall’attenzione” rivolta alla Fondazione dal Comitato “Salviamo il Parco Piccolomini”, il quale, nel 2016 causa il blocco del bando di affitto di parte di Villa Piccolomini, segnalando alla Regione come la Villa fosse un “bene culturale” e necessitasse quindi di un visto della Soprintendenza per regolarizzare il bando. Visto mancante perché, come ricorda Buccellato «la Villa non è un bene culturale, come attesta un documento proprio della Soprintendenza».

La Regione, continua Buccellato, però prese per buona la segnalazione del Comitato, senza interpellare la Fondazione, e procedette con il blocco del bando. Solo successivamente sbloccato e sulla base del quale, un anno dopo, la villa fu regolarmente affittata. «Un blocco che però – ricorda Buccellato – causò un danno di circa 295mila euro nel 2016-2017». Episodio che è solo la punta di un iceberg fatto di denunce alla Corte dei Conti, al Tribunale civile e penale, al Tar, alle Soprintendenze e agli enti locali. Tutte partite tra il 2009 e il 2016 dalle segnalazioni del Comitato. E tutte archiviate con un nulla di fatto…
A ciò si aggiunge, come se non bastasse, la questione legata al parcheggio di Largo Micara. Un terreno di proprietà della Fondazione, a due passi da S.Pietro, dove il Comune realizzò 30 anni fa un parcheggio per bus turistici, pagando 2500 euro l’anno di affitto per un luogo con 60 posti autobus (disponibili ognuno al costo di 100 euro l’ora. Un po’ meno facendo un abbonamento). Il tutto sulla base di un contratto risalente al 1983. Peccato che nel 2013, dopo un procedimento per sfratto avviato dalla Fondazione, una sentenza del Tribunale civile dichiarò quel contratto nullo (mancava la firma del Comune) e il Comune di Roma “occupante senza titolo”. Situazione ancora irrisolta (il parcheggio resta al Comune, che ora non paga più neanche i 2500 euro d’affitto), che rappresenta un ulteriore danno per la Fondazione.

Le beghe però non sono finite. Tornando all’attualità, la Fondazione Piccolomini è stata commissariata per la mancata designazione da parte di sindaco di Roma e presidente dell’Accademia nazionale arte drammatica dei due rispettivi membri del Cda (al netto del fatto che la presenza di 3 consiglieri su 5 non impedisce il funzionamento dell’ente) e per presunte irregolarità amministrative, contenute in una relazione ancora sconosciuta alla Fondazione, stilata sulla base di una recente ispezione della Regione. Ispezione fatta però a brevissima distanza da un’altra, che non aveva riscontrato alcuna irregolarità. A ciò si aggiunge il fatto che il commissariamento, deliberato a febbraio, non è ancora completato perché al commissario Acanfora designato da Zingaretti è stata contestata la dichiarazione di compatibilità.
La situazione è quindi in continua evoluzione, entro la fine di maggio sono previsti nuovi incontri tra Regione e Fondazione, dopo che il primo tenutosi a seguito della mobilitazione si è concluso con un nulla di fatto. Da parte loro, gli artisti impegnati nella lotta (quelli del Comitato Gianpiero Bianchi, ma anche membri dell’Apti, di Facciamolaconta e artisti vari) chiedono la nomina di un Cda con all’interno esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo che abbiano a cuore le sorti della Fondazione.

Ma perché questa situazione di stallo? Il Presidente della Fondazione non ha risposte certe, si limita a fare alcune ipotesi. La prima riguarda la natura dell’ente, il suo essere Ipab. Sono tante e diverse tra loro le Ipab a livello nazionale, accorpate in un’unica legislazione che negli anni si è rivelata carente, motivo per cui gran parte delle Regioni ha già ultimato una riforma della materia. Il Lazio ci sta provando ora, e come sostiene Buccellato: «è più semplice relazionarsi con una persona sola, un commissario, che con un Cda». C’è però dell’altro, un timore. «Prima del 2010 – racconta Buccellato – non ci telefonava nessuno, eravamo qui a studiare le carte per riordinare il patrimonio. Una volta fatto, decidemmo di mettere a bando l’affitto di un determinato terreno. Da li in poi si è scatenato tutto». Il terreno in questione è un grande appezzamento compreso all’incirca tra via Aurelia vecchia e via Gregorio VII. Uno splendido pezzo di natura quasi incontaminata, che rappresenta una sorta di terrazza naturale, con vista dall’alto sulla basilica di S. Pietro. «Parliamo di un terreno agricolo – precisa Buccellato – con dei fortissimi vincoli derivanti da ciò, sul quale non si può costruire e che quindi non porta molto denaro a noi o chi come noi non può infrangere i vincoli. Se però dovesse arrivare qualcuno che ha il potere di cambiare la vincolistica di quel posto, quel terreno vale oro».  Intanto, la Fondazione continua ad attendere lo sviluppo della situazione, difendendo l’ente del conte-attore Niccolò Piccolomini.

 

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